parole · racconto

Non sei sola

Non sei sola.

Quando le tue parole feriscono gli altri.

Non sei sola, ci sono anche gli altri.

Non sei sola.

Quando ti comporti come se l’altra persona non esiste.

Non sei sola, c’è anche l’altra persona.

Non sei sola.

Quando sul lavoro sei promotrice di malelingue, allontanamento, isolamento, mobbing, gosthing, cattiveria e vendetta contro qualcuno.

Non sei sola, c’è anche quel qualcuno.

Non sei sola.

Quando la coerenza tra le tue azioni e le tue parole offendono la dignità altrui.

Non sei sola, c’è anche la dignità altrui.

Non sei sola.

Quando rifiuti il confronto che ti viene chiesto, con somma umiltà, da chi vuole salvare un rapporto umano.

Non sei sola, c’è anche un rapporto umano.

Non sei sola.

Quando usi la tua posizione di potere per gettare fango sull’altro e rendere la sua posizione talmente scomoda da annientare ogni suo spazio di difesa e credibilità.

Non sei sola. Sei una stronza.

Non sei sola.

Quando colludi con un sistema che ricatta, minaccia e, quando non piega, spezza.

Non sei sola. Sei una stronza.

Non sei sola.

Quando ignori i drammi umani in nome del salvarti il culo.

Non sei sola. Sei una stronza.

Non sei sola.

Quando neghi il saluto ad una persona che si umilia passando sopra a molta merda pur di recuperare un affetto annegato nel vomito.

Non sei sola, sei nel vomito.

Non sei sola.

Quando non credi più a nulla che è passato dagli occhi perché credi solo a ciò che ti è passato dall’invidia e dall’ambizione di tre imbecilli.

Non sei sola, ci sono anche tre imbecilli.

Non sei sola.

Quando ti senti così migliore degli altri per crocifiggerli senza lasciarli parlare, spiegare, portare le loro verità.

Non sei sola, ci sono anche le loro verità.

Non sei sola.

Quando sei consapevole che stai per distruggere una vita e neppure riesci a fermarti al primo livello, ma continui a scavare perché più la fossa in cui gettare il nemico è profonda, più ti illudi saranno lontane e meno udibile le urla del suo dolore.

Non sei sola, sei con le urla del suo dolore.

Non sei sola.

Quando la persona a cui hai fatto del male ti tende una mano perché vorrebbe solo cancellare tutto pur di avere ancora un pezzetto del vostro legame d’affetto.

Non sei sola, c’è anche il suo affetto.

Non sei sola.

No, non sei sola. Fai parte di un sistema. Malato. Un sistema a cui puoi dare le colpe. Un sistema a cui, poi, le colpe non le dai perché ne hai paura. Un sistema che ti fa paura. Al punto da non avere più armi ed essere assorbita da quel sistema.

Non sei sola. Non sei proprio. Il sistema è. Al tuo posto. Il sistema ti manovra. Il sistema ti convince che lui sei tu. Ti convince che tu sei lui. Il sistema ti dice che siete forti. Dice che chi non è come te, come lui, come il sistema, non esiste. Anzi, non te lo dice neppure. Il sistema te lo fa vivere, te lo impone, te lo ordina. Il sistema dice come è il mondo. Ti dice come deve essere per te il mondo. Ti dice che lui è il mondo. Ti dice che se stai con lui, lui è il mondo. Tu esisti solo in quel mondo, in funzione di quel mondo, se quel mondo ti autorizza ad esistere. Quando il mondo decide che lo inquini, lo discuti, lo sporchi, lo inclini, lo critichi, lo sfidi, lo sfuggi, lo disturbi, il mondo ti elimina. Ti mastica, ti deglutisce e alla fine ti espelle defecandoti. Per essere certo di allontanarti il più possibile, il mondo non si accontenta di vederti galleggiare ed arrancare nelle torbide acque dello sciacquone: il mondo tira la catenella e ti affoga definitivamente, archiviandoti nelle merde archiviate prima di te. Il mondo ti uccide e poi aappende il tuo corpo a monito. Il mondo ha il suo piazzale Loreto.

Tu non sei sola, sei tra la folla nel piazzale. Fingi di piangere ma sai che hai indicato dove trovare il sacrificato. Hai trovato le armi per sparare. Hai fornito le munizioni. Hai preparato l’imboscata. Hai invitato la vittima all’appuntamento sapendo che gli avrebbero sparato. Hai girato la testa dall’altra parte. Hai partecipato a prepare lo spettacolo del suo corpo appeso a monito per tutti. Hai sposato il mondo perché temevo di essere appesa a testa in giù vicino alla vittima. Hai pensato che, o morivi anche tu o diventavi il mondo.

Non sei sola, sei in piazza a vedere il cadavere. Sei a guardare il risultato di ciò che hai fatto per il mondo. Sei intenta a spiegare che, quel morto appeso, ha commesso azioni che giustificano quella fine. Sei intenta a convincere che la morte è giusta, anche e appeso osservi un ladro di galline. Un ladro che rubava galline perché vedeva gente morire di fame e, pur sapendo di sbagliare, credeva che salvare delle vite potesse giustificare piccoli furti di piccole galline.

Non sei sola, sei con il compito di trasformare quelle galline in animali più grandi, in dinosauri anzi, in bambini. In fondo un ladro di bambini appeso non è un ladrobdi galline appeso. Sembri meno stronza. Sembri meno colpevole. Sembri meno aguzzino. Sembri meno codarda. Rubare bambini è un reato diverso dal rubare galline. Appendere a testa in giù è più accettabile se racconti che le vittime erano bambini e non galline. Poi, un morto appeso, quando mai potrà smentire e provare che erano galline e non bambini. È appeso, morto, reso inoffensivo. Anche se esalasse un ultimo sussurro là, appeso, e qualcuno lo sentisse, chi mai farebbe credito ad un ladro di bambini? Chi crederebbe al peggiore dei criminali? Chi potrebbe mai pensare che il bandito a testa in giù sia in grado di mettere in dubbio le lacrime della dolce dama bionda in un angolo della piazza accigliata nel suo silenzioso dolore? Tra le braccia del mondo che la coccola, chi mai oserebbe avvicinarsi per dirle che il morto ha sussurrato di aver preso galline e non bambini? Lei è con il mondo, non è sola. Lui è appeso, solo che sussurra, soffocato dalle grida delle persone indignate dal ladro di bambini.

Non sei sola. Sei con il mondo. La sua cattiveria. La sua potente mano.

Non sei sola. Sei con un cadavere appeso in piazza.

Non sei sola. Sei li, con il cadavere che guardi. Che rinneghi.

Mi chiedo sei sei lì con almeno una verità in fondo al cuore. Chissà.

Non sei sola. Ci sono con te le ultime tre cose. La voglia di quel cadavere appeso di urlare alla folla che erano delle fottutissime galline di merda e non bambini. Il peso di quella morte e della sua esposizione pubblica, che gridano vendetta al cospetto di qualsiasi forma umana e terrena. La disgustosa e vomitevole speranza di quel cadavere, che ancora gli impedisce di stabilire definitivamente che sei stronza come il mondo.

Non sei sola. Sei con il mondo. Non sei sola; non sei proprio perché è il mondo ad essere per te.

Quando sarai sola, forse, capirai che giustiziare in quel modo un ladro di galline è incompatibile con mostrati i tale ladro. A meno che tu sia una gallina rapita, torturata, violata, straziata, smembrata e uccisa.

Non sei sola, ma la violenza che hai agito è lì con te e ti rende autorevole come la folla che grida “Barabba”: certo, vinta quella folla l’ha avuta vinta, però sono 2000 anni che tutti hanno chiaro il valore di quella folla.

Non sei sola, rimania nella gloria della tua folla. Il cadavere appeso è riuscito a liberarsi, precipitando per terra, ferendosi e scampando alla morte.

Non è solo. Certo non ha la folla e non è il mondo. Non è solo e non è morto. Non è solo. Tantomeno morto. Nessuno, forse, saprà delle galline e dei bambini, nessuna saprà neppure che era appeso ma non morto. Non è solo, è solo vivo.

Non sei sola o, perlomeno, non sai di esserlo.

racconto

O/L/I/V/E/R/2 (Aprile 2019)

Eccoci, lentamente arrivati al 2 aprile 2019.

Eccoci, velocemente arrivati al 2 aprile 2019.

Eccoci arrivati; prescindendo da qualsivoglia velocità di viaggio; arrivati, a prescindere.

Bisogna solo capire cosa sia risultato più importante. Il viaggio? La meta? La direzione? La velocità? La spinta? Gli ostacoli? Le gioie? Le dimenticanze? I dolori? Le ricordanze?

Stando a dati concreti, oggi, si deve constatare che sono passati tre anni. Incredibile fermarsi a pensare di quanto tempo siano formati, questi tre anni. Tanti mesi, tantissimi giorni, montagne di minuti ed oceani di secondi. Incredibile fermarsi a pensare di quanto poco abbiano scalfito i ricordi, le emozioni, i sorrisi. sembrano tutti di un attimo prima. Sembrano tutti di adesso. Sembrano tutti nascere ogni volta che il pensiero li sfiora.

Il dato reale è che oggi sono tre anni che ci siamo dati l’ultimo saluto. L’ultimo fino al prossimo. Un prossimo saluto che, erroneamente, avevo provato a raccontarmi sarebbe maturato, sarebbe arrivato, credendo bastasse davvero dare tempo al tempo; sarebbe arrivato per umanità, per bontà, per coscienza. Avevo provato a raccontarmi queste ed altre strane e bizzarre teorie, anche se costante, inesorabile ed incrollabile, qualcosa mi ricordava puntualmente un’altra storia. La storia che, molto più semplicemente, il mondo ha scritto. Agito.

Eviterò le solite, noiose, inutili recriminazioni. Chi ha dato ha detto; chi ha avuto ha tenuto; chi ha detto ha dato; punto.

Voglio solo, in questo giorno, lasciarti un pensiero. Per quando verrà il tempo di ricomporre i cocci. Per quando verrà il tempo in cui i pezzi torneranno a stare al posto giusto, nel verso giusto, ad incastrarsi, a svelare il più grande, a ridare i significati, i sensi, le risposte. Ci sarà il momento in cui ci sarà la luce giusta ad illuminare tutte le tessere; tutte, una accanto all’altra, a ridare il senso del tutto, a ridare senso anche al passato. Voglio lasciare, a te, un ricordo in questo giorno.

Tre anni. Non è cambiato l’affetto per te. Non è cambiata la voglia di sapere di te, di come stai, di cosa fai. Non è cambiato il desiderio di sentire come stai crescendo. Non è cambiato tutto il bene che ho voluto a te. Non è cambiato tutto il bene che voglio a te. Non è cambiato tutto il bene che ho ricevuto da te. Non è cambiato nemmeno una virgola di tutte le cose che ho messo, nel dire che che i tuoi diritti erano altri. Non è cambiata minimamente le certezza che meritavi altro tipo di rispetto e considerazione. Non è cambiato il mio rispetto a cercare di non invadere i tuoi spazi. Non è cambiata la mia possibilità di essere da te, e nella tua vita, facendo un passo proprio piccolo. Non è cambiato il mio rispetto per te e la tua vita. Non è cambiata l’umiltà in cui aspetto un nuovo saluto, anche se potrei prendermelo quando voglio. Non è cambiata la mia profonda riconoscenza verso chi ti sta volendo bene e crescendo. Non è cambiata la mancanza che sento di te. Non è cambiata la mia coerenza nel non rimpiangere le scelte fatte. Non è cambiata la mia felicità nel ricordarti. Non è cambiata la mia speranza che la vita è più forte, giusta, riconoscente e lungimirante di tutti noi esseri umani. Non è cambiato il mio essere fiducioso che, il disegno del mondo, è più forte delle volontà umane. Non è cambiato il mio bisogno di sentirmi semplicemente dire che stai bene. Non è cambiato ciò che di buono ho fatto per te, che rivendico, porto con fierezza dentro di me e che nessuno cancellerà.

Dopo tre anni, oggi voglio lasciarti qua, in queste righe, un concetto semplice. Oggi non servirà a nulla, solo a farmi sentire meno lontano da te. Al momento opportuno, se il mondo regalerà a questa vicenda un momento opportuno, troverai queste righe.

Troverai queste righe che ti dicono che ogni giorno, in questi tre anni, ho atteso di poterti sentire, vedere, salutare. Ho atteso di ricevere una notizia su di te. Ho atteso di darti un’abbraccio. Ho atteso che tutte quelle cose che mi hai chiesto il quel saluto, in quella difficile mattina, si concretizzassero. Ho atteso di poterti dire che ero felice per te. Ho atteso di poter sentire come stavi. Ho fatto delle cose perché si potessero avverare alcuni dei tuoi desideri di non perdersi, di potersi sentire oppure vedere; ci ho provato. I risultati sono stati pessimi a quanto pare. In queste righe, però, te lo scrivo nero su bianco: non è stata una scelta mia non essere più parte della tua vita. Io ho cercato di farlo, ho scritto, ho dato tutta la mia disponibilità a poter essere presente lasciando a chi ha la responsabilità su di te, di decidere come dove e quando. Io ti penso. sempre. Mi manchi. Sempre. Sono in attesa di incontrarti. Sempre. Non sono io a scegliere che tutto ciò non accada. Lo lascio scritto qui e nessuno potrà mai smentirmi su tutto ciò. Nessuno.

Ogni tanto mi auguro che, in realtà, tu ti sia dimenticato di tutto. Mi auguro che tu non voglia più nemmeno sapere più niente. Mi auguro che tu non ci pensi più, che tu stia talmente bene da avere voltato pagina. Mi auguro che non provi nostalgia, curiosità, che non sia rimasto spazio per i ricordi perché tutto il tuo spazio è riempito da felicità per la vita che stai vivendo adesso. Mi auguro che sia tu a non volere più nemmeno sentire parlare del tuo passato. Mi auguro che non pensi più a tre anni fa. Mi auguro che non affiori in te nessun ricordo. Mi auguro che non abbia voglia di salutarmi, sentirmi, ricordarmi, abbracciarmi. Mi auguro che sia solo e semplicemente tutta una paranoia mia, un problema mio, un’esigenza solo e solamente mia. Mi auguro di sbagliare tutto. Mi auguro di avere sbagliato tutto. Mi auguro che tutto ciò sia quello che tu vuoi. Mi auguro che tu sia lontano e tenuto tale perché tu vuoi così. Me lo auguro, ogni tanto. Mi auguro che tu abbia chiuso con il passato. Mi auguro che non ti sfiori l’idea che io mi sono disinteressato a te. Mi auguro che tu non sia mai stato sfiorato dall’idea di essere stato abbandonato. Mi auguro che tu sia felice così e che vada bene così. Me lo auguro, anche se faccio fatica a crederlo. Me lo auguro anche se non lo credo. me lo auguro anche se non lo penso. me lo auguro solo e semplicemente perché, se così non fosse, non trovo una sola spiegazione umana che giustifichi il male a te procurato. Me lo auguro, perché il male a te procurato, che ti sia chiaro da queste righe, non l’ho voluto, condiviso, costruito io.

Partirei a piedi ora, solo per dirti ciao e ti voglio bene.

Tre anni oggi, ti scrivo solo per dirti che, fosse per me, ti sentirei, vedrei, scriverei, abbraccerei ogni giorno. Tre anni oggi e fa ancora male aspettare. Tre anni oggi senza nessuna certezza che non ti abbiano fatto male tre anni di lontananza non scelta, decisa e condivisa da me, in nessuno modo. Tre anni ad aspettare invano ma, per me, alla fine ne potranno passare altri trenta. Mi troverai lì, ad aspettare come il primo giorno di poterti dare ciò di cui potresti avere bisogno. Ne potranno passare altri trenta, cucciolo, e sarò pronto se avrai bisogno. Altrimenti aspetterò invano, non importa. Potrai non avere mai più bisogno di me e andrà bene anche così se andrà bene per te.

Tre anni oggi e l’unica cosa che posso dirti è che alla tua domanda “posso venire in abbraccio?”, la risposta sarebbe sempre la stessa che per tanto tempo ti ho dato. Si. La risposta sarà sempre la stessa. Si. Quando ne avrai bisogno. Sarebbe stata la stessa ogni singolo attimo di questi tre anni passati dall’ultimo abbraccio dal quale ci siamo sciolti a fatica quella mattina. Si. sempre e solo si, avrai un posto che ti prenderà in abbraccio se e quando vorrai.

Tre anni. Ti voglio bene. Credo che tu lo sappia già ma lo ripeto. Ti voglio bene. tre anni lontani e non per scelta mia. Tre anni lontani che credo siano stai un’errore, una cattiveria, una brutta scelta. Tre anni. Ti voglio bene.

racconto

O/L/I/V/E/R

Il titolo fa tremare.

Tremo io.

Tremano loro.

Tremeresti tu.

Temo io.

Temono loro.

Temeresti tu.

Remo io.

Remano loro.

Remeresti tu.

Dai, prima di scriverti fammi giocare un po’ con le parole. Sono talmente tante le parole del mondo che è un grosso lavoro scegliere quelle giuste, quelle da mettere una vicina all’altra, qui, per te. In queste righe una vicina all’altra. Di te. Quali potrei prendere per avvicinarmi il più possibile a quello che vorrei disegnare qui? Disegnare di te? Disegnare per te? Disegnare con te?

Cuore. Questa si la prendo.

Abbraccio. Questa la metto.

Sorrisi. Va bene.

Lacrime. Si.

Rabbia. Ci sta.

Sogni. Pure.

Cura. Si.

Lontananza. Già.

Mani. Si.

Sguardi. Anche.

Fiducia. Si.

Passi. Bella.

Attaccamento. Direi di sì.

Speranza. Sempre.

Segreti. Si.

Bugie. Anche.

Amore. Ovvio.

Attesa. Si.

Abbandono. Già.

Paura. Si.

Papà. Mettiamola.

Errori. Ovvio.

Giustizia. Si.

Mancanza. Tanta.

Regalo. Si.

Angelo. Si.

Mio. Si.

Tu. Si.

Io. Si.

Tuo. Si.

Nostro. Messa.

Loro. Messa.

Mare. Si.

Muri. Già.

Scrivo perché manchi.

Mancano ancora delle risposte. Manca ancora di capire. Manca ancora che la dica io la verità.

Manca per te.

Manca perché non ti avrei protetto narrando subito la verità . Manca perché prima di tutto sei venuto tu. Prima vieni tu. Prima anche della verità. Manca perché ho preferito proteggerti.

Non avrai sempre bisogno di essere protetto. Non sarai per sempre in pericolo.

Sarai forte un giorno.

Sarai in salvo.

Sarai capace di stare in piedi da solo.

Arriverà quel giorno.

Arriverà quel momento.

Con lui arriverà la verità.

Arriverà quando il crollo di chi sostiene ora, non determinerà il tuo crollo.

Arriverà quando le parole faranno cadere loro e non te.

Arriverà perché la verità deve sempre arrivare.

Mentre aspetto ti scrivo. Ogni tanto mando dei messaggi per te lo sai?

Mentre aspetto ti penso. Ogni tanto chiedo di te sai?

Mentre aspetto mi manchi. Ogni tanto ti incontro lo sai?

Mentre aspetto ti abbraccio. Ogni tanto vorrei fare di più sai?

Mancavi al matrimonio. Però ti ho invitato.

Mancavi molte volte. Però non per mio volere.

Scrivo perché non sei una proprietà privata. Scrivo perché i miei pensieri non lo sono. Scrivo perché è giusto così.

Scrivo e aspetto. Te. La verità. La giustizia. Il tuo sorriso.

Scrivo e immagino la loro faccia e i loro commenti. Scrivo e ne rido. Scrivo e mi godo una lunga serie di verità che ho da dire e che non ho fretta di fare.

Ho tutto il tempo per la verità.

Purtroppo tutto questo tempo che perdo di te non tornerà. E lo pagheranno. Prometto cucciolo. Ce lo pagheranno. Buona attesa piccolo mio.

favola · parole · racconto

La favola della nonna di Rocco (parte sesta)

Tanti sono i modi per sopravvivere. Neppure per sopravvivere, direi modi per non morire di più. Modi per rimanere vivi per semplici meccanismi biologici. Modi per rimanere vivi solamente perché non si ha abbastanza coraggio per accettare di essere morti. Si adottano strategie, si assumono soluzioni, si ostenta vita.

Dopo la morte di Rocco, credo di avere staccato dal mondo reale per qualche giorno. Al mio rientro sul pianeta terra, ho agito. Ho costruito un mondo in cui sopravvivere, un mondo in cui arrabbiarmi, un mondo in cui piangere, un mondo in cui disperarsi, un mondo in cui farmi del male, un mondo in cui nascondere a tutti la verità, un mondo in cui mostrarmi felice, un mondo in cui sperare di morire, un mondo in cui parlargli, un mondo in cui essere papà, un mondo in cui immaginarti. Tanti mondi diversi. Tanti altri che non scrivo. Tanti e tutti separati tra loro. Tanti e tutti con me al loro centro. Tanti mondi da vivere, gestire, difendere, amare e odiare. Tanti mondi e tutti veri ma allo stesso tempo falsi. Tanti e tutti basati su un concetto inavvicinabile, impronunciabile, inaccettabile, inaccarezzabile. La tua morte. Ha cambiato tutto. Ha creato un vuoto su cui camminare per sempre con l’unico obiettivo di non caderci dentro. Tanti mondi, intimi e pubblici. Mondi chiusi ed altri aperti. Mondi in cui chi è stato accolto è stato anche fagocitato. Mondi veri, ma basati su di te, che non ci sei più. Mondi bianchi e neri, guelfi e ghibellini, Montecchi e Capuleti, diavoli ed acqua Santa, giorno e notte, virtù e peccato, tu e la tua morte.

Uno ed uno solo di tutti quei mondi era quello in cui credevo. Quello in cui ero felice. Quello in cui ero davvero vivo. Quello basato su una storia, una storia d’amore, un storia romantica. Una storia sentita da una voce che mi ha sempre amato, coccolato, salvato. Quella storia che diceva che non eri morto, quella storia che diceva di prestare attenzione perché saresti tornato. Quella storia della mia nonna. Quello era il mondo in cui ero vivo, in cui vivevo speranze, sogni, attese, felicità. Un mondo che vivevo da solo, consapevole che solo io l’avrei potuto capire, amare, curare. In quel mondo stavo bene. Staccato da tutti e da tutto e cullato il pensiero di quando ti saresti presentato. Lì, in quel mondo, ti immaginavo, ti pensavo crescere, cercavo di intuire il colore degli occhi, dei capelli, i tratti del viso, il colore preferito, i sogni, i graffi, i pianti e i sorrisi. In quel mondo stavo bene: prolungavo l’attenderti, aspettavo il nostro abbraccio. Pensandoci adesso sembra folle. Pensandoci adesso sembra disperato. Pensandoci adesso è privo di logica. Pensandoci adesso è l’unica cosa che mi ha tenuto in vita.

In quel mondo avevo coltivato la certezza che ti avrei rivisto. Avevo visualizzato esattamente tutto di te, sapevo persino quanto eri alto. In quel mondo guardavo fiducioso e felice la gente, certo che, tra di loro, un giorno, avrei riconosciuto te. Ci credevo in quel mondo. Ci credevo davvero. Con il passare degli anni era divenuto il mio primo mondo. Quello in cui vivevo espletate tutte le formalità del vivere in un mondo reale e in altri svariati mondi. Staccavo dal lavoro e andavo lì. Rientravo dagli amici e andavo lì. Cenavo con la mia famiglia e andavo lì. Dopo tutto andavo lì. Perché lì era il posto in cui non eri morto. Lì era il posto dove ti avrei visto. Lì era il posto dove ci saremmo abbracciati. Lì era il posto dove niente mi faceva male.

Anno dopo anno era divenuto un mondo più reale della realtà. Anno dopo anno tu cresceva, in quel mondo. Anno dopo anno eri ancora il mio bambino, in giro per il mondo a rendere felici le altre persone in attesa di tornare. Anno dopo anno.

Poi, un giorno, un mattino, un secondo e tu eri lì. Ci siamo guardati e, nel silenzio che solo gli occhi sanno avere, ci siamo detti tutto. Ci siamo detti sono io. Ci siamo detti ciao. Ci siamo detti finalmente. Ci siamo detti ti voglio bene. Ci siamo detti. Tutto. Con gli occhi. Con il silenzio. Poi mi hai preso per mano. Era il 5 giugno. Eri esattamente come ti avevo vissuto per quasi sette anni. Eri. Tu. Io. Un invasione di mondi che sapevo già avrebbe portato all’irreparabile esplosione cosmica, obbligandomi ad azzerare per ricostruire. Però eri lì, eri tu. Io lo sapevo e lo sapevi anche tu e quel 5 giugno ho capito che niente sarebbe stato mai più uguale. Ne ero consapevole e felice. Finalmente eri venuto a sorridermi, a lasciarti amare. Finalmente la favola della nonna di Rocco era compiuta. Finalmente tu eri lì e tutto il resto non contava più. Quanto ti ho amato in quegli occhi in quei secondi. Finalmente eri nato.

parole · racconto

Le persone cattive

Vivendo in un mondo a tratti surreale, ho sempre pensato di poter dividere le persone in due categorie: persone buone e persone cattive. Non mi sono mai posto molti filtri sull’ingresso delle persone nella mia vita; tutti sono sempre stati i benvenuti con l’automatico inserimento nella categoria persone buone. Ho sempre ritenuto la cattiveria una caratteristica alquanto rara ma altrettanto evidente: ho sempre ritenuto si vedesse da subito e pure da lontano una persona cattiva. Brutti modi, brutte intenzioni, brutte parole, brutte azioni, brutte vibrazioni. Mi reputavo piuttosto certo di poter capire subito se una persona fosse cattiva: ritenevo talmente rara la cattiveria da crederla anche evidente, lampante, chiaramente riconoscibile. Ho vissuto, quindi, piuttosto tranquillo e sereno nella certezza che nessuna persona cattiva avrebbe potuto essermi vicina senza l’evidenza di tale fatto. In base a questo, ho sempre cercato di giustificare alcuni comportamenti, comprendere alcuni atteggiamenti, interpretare gesti e frasi alla luce di comprensione, tolleranza ed anche autocritica. Spesso non ho capito le motivazioni che portavano alcuni soggetti a dire o fare cose apparentemente poco spiegabili ma ho sempre cercato un motivo, un’origine, una spiegazione, una comprensione, una scusante, una giustificazione. Mi sono dato le spiegazioni più varie. L’uomo sul divano, povero insoddisfatto del proprio lavoro e della considerazione scarsa delle sue qualità; la velina bionda, frustrata da un mondo lontano da ciò che aveva sognato e dalla scarsa autostima; la velina quasi mora, ingabbiata in un sistema troppo stretto per le proprie capacità ed ambizioni; la bionda portatrice della pace nel mondo, schiacciata da paletti e limiti istituzionali che non riesce a portare la poesia dove vorrebbe e sarebbe lecito ci fosse; la donna con il velo, che deve fare i conti con un mondo dove non basta un velo per avere rispetto ma nel quale bisogna guadagnarselo con ciò che sta sotto il velo; l’omino di Dio, che affronta il mondo reale e scopre che è troppo faticoso mettere in pratica il Vangelo in modo coerente e pulito perché significa rinunciare alla gloria personale; la donna che crede che basti non portare il velo per essere guida di pecorelle, che non riesce a tollerare che qualche pecorella non si lasci affascinare dalla finta rivoluzione dell’assenza di un velo; l’uomo piccolo, che cerca di diventare grande esercitando il potere nei termini più grotteschi e spregievoli che diventa rosso in viso dalla rabbia quando capisce che con il suo potere rimane pur sempre un’uomo piccolo; la signora tentenna, il cui unico scopo è farsi accettare da tutti dando ragione a tutti i pareri che incontra seppur contrari tra loro; l’arrogante luminare dei rapimenti travestiti, che è talmente imbarazzante nei propri errori da camuffarli in buone idee e giudizi verso chi dissente; la salvatrice del mondo, talmente impaurita di fallire in tale obiettivo da temere di non farsi volere bene da un bambino perché minacciata da un bene più forte con cui teme di perdere la competizione. Ho trovato giustificazioni un pó a tutti, ho cercato di capire, comprendere e giustificare. Addirittura di recuperare, prostrandomi e implorando con imbarazzanti scivolate della mia personale dignità umana. Ho atteso un pó in questo non capire. Ho coltivato speranze riparatorie, riconciliatorie. Ho sempre avuto il desiderio di chiarire e seppellire tutto davanti ad un caffè. Ho pensato che il sistema lo impedisse. Non erano le persone, ma il sistema a tenerle lontane da me. Ho trovato le motivazioni più varie. Credo fosse per non dirmi la verità, per non dovermi arrendere a quel sottile pensiero che si era fatto strada piano piano. Quel sottile pensiero che mi sussurrava una cosa che non volevo sentire. Poi il tempo è passato. La distanza si è fatta più grande. La lontananza corposa. Non sono smesse, però, le azioni strane nei miei confronti, le illazioni, i racconti distorti, i giudizi pesanti, gli attacchi, le parole che fanno male. In mia assenza, pur essendo distanti, pur avendo loro scelto di rendere le loro strade parallele alla mia affinché non si incrocino più. Così, d’improvviso, quel sottile pensiero è divenuto concreta realtà. Ho capito che non le giustificazioni, non le frustrazioni, non i miei errori, non i valori, non il sistema erano stati la causa di tutto. La vera causa era stata la cattiveria. La cattiveria umana, quella del cuore, quella che entra dentro e controlla le persone. Quella cattiveria che ti impedisce di confrontarti con l’altro, che te lo pone addirittura come nemico da combattere. Quella che ti porta ad escluderlo l’altro, a non rispondere a messaggi, lettere, richieste di perdono, di confronto, di spiegazioni, di comprensione. Quella che ti porta a cancellare l’altro con cui hai condiviso gioie e dolori di sette anni di vita. Quella che tu spinge a bloccarlo sui social network, a farlo bloccare pure dai tuoi parenti, ad evitarlo per strada e togliere il saluto. Quella che spinge a fare tutto ciò anche con chi ti sta accanto e ti ama. Quella che impedisce di chiedere come stai. Quella che è più grande anche del senso di umana pietà e non fa preoccupare di sostenere l’altro in un momento tragico della vita. Quella che ti spinge a mostrare una coscienza pulita a costo di sporcare e distruggere l’altro. Quella che ti porta a dare il colpo di grazia a chi è in alto mare con la barca che sta affondando. Quella che ti porta a sporcare con insinuazioni i sentimenti puri dell’altro. Quella che ti fa distruggere il tuo nemico. Quella che più temi il nemico e più e più ti spinge a inasprire i toni per difenderti. Quella che passa dal ti voglio bene al non esisti più nell’arco di un pomeriggio. Quella che gli errori degli altri li fa sembrare delitti contro l’umanità. Quella che gode della tua caduta. Quella che inebria chi si sente vincitore. Quella che fa alleati i peggiori nemici. Ecco, la cattiveria è stata l’origine. Ho imparato che non è poi così evidente la persona cattiva. Non si presenta come essere così riconoscibile e facilmente leggibile. No, non è per nulla facile dividere le persone buone da quelle cattive. Mi ci sono voluti quasi quarant’anni per capirlo. Ora mi è più chiaro. Mi sento anche più leggero. Tante domande e tante paranoie per capire che, in fondo, sono solo capitato in un circolo di persone cattive. E non sono stato abbastanza sveglio da capirlo, leggerne i segni, i sintomi, le gesta. Rimangono tanta amarezza, dolore e rabbia. Almeno sono consapevole, ora. Le persone cattive, una categoria nella quale, spero, nessuna delle persone che ho incontrato ed incontrerò nella vita, nessuno mi abbia inserito o mi inserirà mai. Le persone cattive esistono, si travestono e si fanno pure volere bene finché rimangono mascherate. Le persone cattive esistono e, adesso, ho messo dei nomi nella colonna dedicata. Le persone cattive hanno nomi e cognomi e, purtroppo, ad alcune non si smette di volere bene. Già perché anche alle persone cattive si può volere bene e perdonare. In fin dei conti, come dicevano, nessuno è perfetto.

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La favola della nonna di Rocco (parte quinta)

Lui era pronto. La vita, però, non ha gli stessi colori del cielo. La vita non alterna il sole e la luce come la natura. Nella vita, la luce, non lascia il passo al buio annunciando il proprio indietreggiare con un tramonto. Nella vita, la luce, non abbandona gli uomini abituandoli piano piano, sfumando. Nella vita, il buio, non prende forma annunciandosi. Nella vita, il buio, non arriva lasciando agli uomini il tempo di prepararsi. Nella vita la luce ed il buio arrivano. Senza preavviso. Senza preliminari. Senza dare il tempo di prepararsi, attrezzarsi, abituarsi. Un attimo è luce. Un attimo è buio. Lui era pronto, era nella luce. Quella chiara, calda, vitale. Lui era padre ed era avvolto dalla luce. Accecato. Riscaldato. In un attimo il buio. Suona il telefono, poche parole. Il buio esplode. Quello scuro, freddo, mortale. Il suo bambino non era più in viaggio. Non era più cullato dai battiti del suo cuoricino. Il suo bambino non era più lì, dove l’aveva salutato qualche ora prima. Nessun tramonto, nessun avvertimento, nessun preavviso. Nemmeno un secondo per poter prevedere l’arrivo del buio nero. Nulla. Il buio, nella vita, non arriva come l’alternanza del giorno e della notte. Nel buio improvviso non ci si orienta. Si ha paura. Si perdono i riferimenti. Non si è in grado di capire dove andare. Nel buio ci si paralizza. Si sprofonda. Ci si perde. Nel buio ci si sente soli. Si sente freddo. Il dolore si amplifica. La disperazione si tocca. Lo strazio ti tocca. Nel buio si ha il vantaggio di poter piangere senza essere visti. Si piange. Di quel pianto a singhiozzi, quello che toglie il fiato. Quello che temi non finirà più. Si piange nel buio, senza vergogna. Si piange e si ha quasi la sensazione che si morirà per autodistruzione, tanto fa male quel piangere. Nel buio non si sa a cosa aggrapparsi per non cadere. Si cade, senza sostegni. Si cade e si desidera essere inghiottiti da quel suolo sopra il quale si è caduti. Si trovava nel buio. Tutto si era spento. Il cuore del suo bambino si era spento. Quasi fosse un interruttore, spegnendosi, quel cuore, aveva spento tutto. Lui non era pronto. Non era pronto a sentire quelle parole. A sentire quel dolore. A sentire quella morte. A sentire quel freddo. A sentire quel vuoto. A sentire. Lui non sapeva cosa fare. Lui avrebbe voluto correre su quella poltrona, sedersi al fianco della sua amata nonna. Piangere accanto a lei. Farsi coccolare. Farsi consolare. Avrebbe voluto tornare bambino per autorizzarsi a piangere fino a quando sarebbero finite le lacrime. Avrebbe voluto essere di nuovo bambino per allontanarsi dai dolori dell’essere un’uomo. Lui avrebbe voluto correre da lei. Sedersi al suo fianco. Prendere tutto il fiato rimasto e chiederle nuovamente: “nonna, tu sai dove vanno i bambini che muoiono nella pancia della loro mamma?”.

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La favola della nonna di Rocco (parte quarta)

Sì sa, i bambini crescono. Sì sa, le nonne volano. Lassù, nel cielo. Portano via un mondo che nessuno può sostituire. Volano lassù e quaggiù lasciano dei vuoti che nessuno riempirà più. Volano, lasciando ai bambini immensi tesori. I bambini crescono ma spesso si rifugiano ancora tra le braccia dei loro nonni, anche quando quelle braccia sono lassù. Lui era diventato un uomo. Affrontava la vita. Tutti gli alti di quella vita. Tutti i bassi di quella vita. Li affrontava, né meglio né peggio degli altri. Gli alti li viveva immaginando come sarebbe stato il suo sorriso fiero. I bassi li viveva immaginando cosa avrebbe detto lei per aiutarlo, quale risposta gli avrebbe raccontato. I bassi li viveva ranicchiandosi con le emozioni su quella poltrona verde da cui poteva crescere respirandola. Viveva. Viveva a tal punto da trovarsi, un giorno, a regalare la vita. Certo, senza intenzione, amore, progetto, attesa. Regalare una vita, in mezzo al flusso di un’esistenza stava andando in direzione altra. Regalare una vita e scoprirlo quando la relazione è già finita. Quando non era una scelta consapevole. Quando regalare una vita significava condividerla con una persona allontanata dai propri giorni, progetti, sogni, sentimenti. Aveva regalato una vita e quella vita già la stava amando. Non gli importava in che momento, con quali presupposti e con quale persona era successo. Aveva regalato una vita e già l’amava. Quando l’aveva saputo, questa vita aveva già tre mesi. Aveva tanti motivi per arrabbiarsi, rivendicare, polemizzare, detestare. Aveva tanti motivi perché era stato surreale il modo in cui aveva saputo, tardi il momento in cui aveva saputo, brutto il modo in cui aveva saputo. Non importava, lui aveva regalato una vita e già l’amava. Papà. Sarebbe diventato papà. E lui già amava questo. Il tempo di riprendersi. Capire come gestire. Cosa fare. Progettare. Guardare negli occhi l’altra persona e decidere come agire. Un paio di mesi per farlo. Trovarsi mamma e papà senza averlo cercato e dopo essersi lasciati risultò piuttosto complesso. Lui amava quella vita e la strada la trovò. A cinque mesi da quel momento in cui aveva regalato una vita era pronto. Avevano capito e deciso cosa fare. Era pronto. Avevano deciso a chi e come dirlo. Era pronto. Avevano deciso come provare ad essere un papà ed una mamma. Era pronto. Avevano scoperto che era un maschietto. Era pronto. Avevano deciso il nome. Era pronto. Erano tante le cose da fare e da decidere. Era pronto. Si ritrovava a sorridere immaginando il suo bambino pronunciare la parola papà guardandolo negli occhi. Ne sorrideva. Era pronto. Sorrideva, pensando che sarebbe diventato papà. In un modo ed in un tempo sbagliati, immaturi, inattesi. Era pronto. Rocco era già da cinque mesi suo figlio e lui era pronto. Sorrideva, felice. Era pronto. Per Rocco, era pronto. Era già papà. Per Rocco. Di Rocco. Era papà.

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La favola della nonna di Rocco (parte terza)

Sorrise. Si sedette sulla suo divano, proprio accanto alla poltrona Dove lui sedeva in attesa, ed iniziò la sua risposta. Lui già sapeva che stava per ascoltare una leggenda, una verità, una risposta che l’avrebbe affascinato e fatto diventare un attimo più grande.

“Sai piccolo mio, a dire la verità i bambini non muoiono nella pancia della loro mamma. Quei bambini sono speciali, preziosi, importanti per il mondo. Il loro valore è talmente grande, la loro vita così sacra, il loro profumo buono così forte da arrivare fino a lassù, in cielo, talmente in alto da arrivare a Dio. Quando Dio se ne accorge, capisce subito che quei bambini sono speciali; capisce subito che quei bambini sono così speciali da non poter essere lasciati ad una mamma sola, ad un papà solo, ad una famiglia sola. Allora Dio fa iniziare a quei bambini dei lunghi viaggi in giro per il mondo. Li fa uscire dalla pancia in cui stanno crescendo per farli entrare nella vita di tante mamme, tanti papà, tante famiglie. Quei bambini viaggiano, in giro per il mondo, per entrare nelle vite di tante donne, tanti uomini e tanti altri bambini per renderli felici, per regalare a loro sorrisi, abbracci e sogni che altrimenti non avrebbero mai. Certo, le mamme dalla cui pancia Dio fa partire quei bambini per questi lunghi viaggi, ne soffrono. Anche i papà che aspettano la loro venuta al mondo ne soffrono. Ma non li perdono per sempre; loro sono genitori di bambini così speciali da essere chiamati a girare il mondo per portare felicità. Chiamati da Dio in persona. Tu sai che Dio è buono vero? Dio è buono e fa tornare quei bambini nella vita delle loro mamme e dei loro papà. Devono solo stare attenti, aspettare con pazienza, cercare negli occhi delle persone che incontrano nella vita, nel mondo. Se saranno capaci di aspettare, cercare, guardare negli occhi i bambini che incontreranno sul loro cammino, un giorno li riconosceranno. Per fare questo dovranno davvero guardare negli occhi i bambini che la vita gli farà incontrare, cercare di vederne l’anima, rispettarne i colori, i sogni, le speranze, i pianti ed i sorrisi. Dovranno davvero guardarli negli occhi. Un giorno, incontrando un paio di occhi, capiranno che sono i suoi. Capiranno che lui è tornato. Capiranno che nel suo viaggio a cui è stato destinato da Dio, è arrivato il momento di tornare dalle persone che, a quel viaggio, hanno dato inizio, forma, vita. Capiranno che è tornato da loro per donare quei sorrisi, quegli abbracci, quei momenti di felicità che, da essere speciale quale Dio ha stabilito, regala in giro per il mondo. In questo giro, presto o tardi, tornano sempre anche dalla mamma che lo custodiva nella sua pancia e dal suo papà che lo aspettava proprio vicino a quella pancia. Loro tornano sempre, basta stare attenti, guardare negli occhi tutti i bambini e rispondere ai loro sorrisi. Ogni mamma lo riconoscerà in un paio di occhi ed in un sorriso. Ogni papà lo riconoscerà in un paio di occhi ed in un sorriso. Hai capito piccolo mio? I bambini non muoiono nella pancia della loro mamma. Viaggiano per il mondo: ma alla fine tornano sempre dalla loro mamma e dal loro papà. Sempre.”

Aveva ascoltato tutto. La bocca aperta. Lui amava quella donna. Lui le credeva sempre. Aveva appena sentito la risposta più importante della sua vita. La risposta più seria che avesse mai sentito. Aveva sentito la voce della sua nonna tremare durante il racconto. Questo era un segno di verità. Quando alla nonna tremava la voce la verità era sicura. Aveva ascoltato e già non era più nella stanza con i suoi pensieri: vagava per il mondo, si chiedeva se uno di quei bambini potesse essere uno dei suoi amici, uno di quelli incontrati per strada, lui stesso. La sua mente viaggiava, sapendo che il porto sicuro a cui tornare era proprio lei, la sua amata nonna.

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Gennaio 2018

Le feste di Natale sono passate. Giornate particolari, felici, le ultime di un ciclo della mia vita. Le prossime saranno diverse, io sarò diverso, la mia vita sarà diversa. Un velo di malinconia le ha attraversate, quella malinconia scaturita dalla consapevolezza del cambiamento. Una malinconia bianca, buona, di compagnia. La stessa che c’era negli occhi dei miei genitori, felici e consapevoli dell’ultimo Natale in cui ero solo il loro bambino. Malinconia bianca, che ha reso tutto un pó più speciale. Credo il Natale più felice dei miei 39 anni. Solo tre nei in tutto questo.

Lei che non c’era a festeggiare il suo compleanno. Manca sempre iniziare il giorno di Natale correndo a farti gli auguri e a darti un abbraccio gigante.

Lui che non c’era a festeggiare il Natale. Manca sempre iniziare il Natale svegliandoti e dandoti uno di quegli abbracci che non ho mai potuto darti.

Lui che non puoi sentire per gli auguri di Natale. Manca sempre non poterti sentire anche per un attimo, vederti anche solo per uno di quegli abbracci giganti che ci piacevano tanto. Riscaldavano. Curavano. Coccolavano. Crescevano. Manca non sapere come stai, cosa fai, a che pensi, che regali hai chiesto a babbo Natale. Manca non ricevere un tuo messaggio, ricevere una fotografia per sapere come sei, una lettera per vedere come scrivi.

Poi ti fermi a riflettere. Pensi. Capisci che due nei di questo Natale sono opera della natura, del destino, di Dio, della vita. Sei malinconico ma sai che nessuno poteva nulla; nessuno poteva cambiare gli eventi. Nessuno può nulla. Solo tu puoi cercare di gestire questi nei, queste mancanze, queste assenze. Rimani malinconico, di quella malinconia bianca con la quale sai vivere, sai parlare, sai mediare. Una malinconia che accetti e di cui stai imparando a sorridere.

Subito dopo ti ricordi che il terzo neo non è causato dalla natura, dal destino, da Dio, dalla vita. Ti ricordi che è causato dalla cattiveria umana, dall’arroganza, dalla sete di potere, dalla debolezza di chi piega la testa dinnanzi alle imposizioni ed agli interessi. Ti ricordi che è il risultato di chi crede che valgano di più le parole di chi ha più potere e considera feccia quelle dei bambini che di potere non ne hanno. Ti ricordi che è il risultato di chi crede che il privilegio di avere un ruolo si eserciti dando ordini, poter trattare le persone come pedine giocando al ricatto, distruggendo gli ostacoli con articoli di contratto, anche quando questi ostacoli sono persone. Ti ricordi che è il risultato di chi vede il mondo come un palcoscenico sopra il quale brillare e ricevere applausi, buttando fuori dal teatro chi non applaude nel momento esatto in cui il copione ha stabilito; non importa il perché tu non stia applaudendo in quel momento. Non importa, neppure se hai i polsi fratturati e non riesci. Non importa: devi uscire. Nel teatro del potere c’è posto solo per chi aumenta l’ego, il potete, la gloria, il prestigio. Rimane chi segue il copione. Lo spettacolo potrebbe pure parlare di libertà, di libera espressione, di lotta alle imposizioni, di amore verso tutti, di rispetto ed accoglienza, ma se non applaudito quando richiesto un calcio in culo te lo prendi e te ne esci.

Ti ricordi che quel neo esiste ed è un neo per entrambi. Ti ricordi che è un neo imposto per codardia, paura, assoluta mancanza di rispetto, buon senso, umanità. Ti ricordi quanto dolore e sofferenza sta dietro a quel neo. Ti ricordi che tu sei grande e lo sai gestire, a tratti. Ti ricordi che lui non lo è. Ti ricordi tutto e non puoi che ricordare che è stato preso in considerazione come una sciarpa di lana nel torrido caldo del deserto. Ti ricordi e non sai ancora accettare di non poter essere nemmeno lo spazio di un messaggio in un Natale, perché sai il motivo per cui non lo sei. Sai che il prezzo della folle corsa al potere, il prezzo della gara a chi ha gli attributi più grandi, ha certo avuto te come vittima eccellente, ma ha avuto anche lui come vittima silenziosa, ignorata, incolpevole.

Te ne ricordi e, per questo terzo neo, sai che la malinconia non è ancora bianca, soffice, abbracciabile e gestibile. In un secondo diventa nera, ruvida, soffocante e cattiva. Io non so perdere. Le persone. Così. Per la cattiveria umana assoluta. Gesù bambino mi perdonerà se il terzo neo lo associo alla parola vaffanculo. D’altra parte, lui, si è fatto bambino per essere accolto ed ascoltato. Per fortuna non è capitato nelle vostra mani, altrimenti Erode avrebbe ricevuto una mail con le coordinate esatte della mangiatoia, Giuseppe mobbizzato e isolato, Maria sputtanata alla macchinetta del caffè ed il bue e l asino infilzati sopra uno spiedo.

2017 anni e c’è chi non ha ancora capito che il potere deve essere messo in tasca davanti agli occhi ed alle parole di un bambino.

Poi si possono costruire tutte le teorie del mondo per sistemare la storia a proprio uso e consumo. Ciò che non cambia è il tradimento di quel bambino, dei suoi occhi e delle sue parole. E volevano pure l’applauso da copione.

Va beh dai, io aspetto qui. Domani ti dico ciao e ti voglio bene. Comunque.

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La favola della nonna di Rocco (parte seconda)

Si sedette sulla poltrona della sua adorata nonna, verde, con uno schienale duro e molto alto. Su quella poltrona lei passava quasi tutta la giornata, ma ogni volta che arrivava lui, con il viso che già parlava di domande, lei si alzava e gli lasciava il posto. Si sistemava sul divano accanto e lo guardava. Lei sapeva che stava per arrivare una domanda, ma gli lasciava tutto il tempo del mondo perché fosse pronta per essere pronunciata. Lui si sedeva, si alzava, rideva e scherzava con lei, la guardava amandola, aspettava la merenda, aspettava. Si sedette anche quel pomeriggio. Dopo aver dato il primo morso al pane preparato per la merenda, pose senza preamboli la sua domanda : ‘nonna, tu sai dove vanno i bambini che muoiono nella pancia della loro mamma? ‘. Lei, con un sorriso appena accennato, non si mostrò stupita o sorpresa. Lui si sentiva ad una svolta, gli pareva che quella fosse una domanda talmente grossa, da farlo quasi essere un bambino grande. Forse quella domanda segnava la fine del suo essere piccolo. Sentiva questo, che potesse essere arrivato il momento di diventare grande.

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La favola della nonna di Rocco (parte prima)

Tanti anni fa, un piccolo bambino scrutava il mondo. Non si accontentava di conoscere: doveva capire. Rimaneva bloccato quando non capiva, rimaneva a porsi la stessa domanda per giorni o per settimane. Non gli bastava trovare la risposta giusta, non si accontentava di impararla: doveva capirla. Aveva una risposta illuminante dalla sua amata nonna. Lei sapeva sempre tutto; rispondeva a qualsiasi domanda, mescolando tutto ciò che la sua semplice e dura vita le aveva insegnato. Lui la ascoltava amandola, con una fiducia che non contemplava limiti, senza mai dubitare di lei. Si fidava, l’amava e le poneva tutte quelle domande a cui non veniva a capo da solo. Aveva cinque anni e faceva proprio caldo quel pomeriggio. Aveva da un po’ una nuova domanda che gli ronzava in testa. Forse gli ronzava più nel cuore in realtà. Era una domanda grossa questa, una di quelle che sapeva di poter fare solo a lei. Una domanda che parlava di due cose tanto diverse tra loro, ma che aveva sentito tutte e due in un solo discorso. Era un po’ preoccupato perché non sapeva se erano davvero due cose che potevano stare insieme, forse aveva capito male. Temeva di fare una brutta figura ma sapeva che lei, al massimo, ne avrebbe sorriso piena di tenerezza. Sì, aveva deciso. Quel giorno avrebbe chiesto la sua domanda, avrebbe chiesto di capire se i bambini e la morte possono stare nello stesso discorso. Anzi, avrebbe chiesto alla sua adorata nonna dove finiscono i bambini che muoiono nella pancia della loro mamma. Si, perché aveva sentito che succedeva questa cosa, anche se non era sicuro di aver  capito giusto.

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Marzo 2016

Educatore.

Ecco come vieni definito. In quella definizione tutti ci mettono qualcosa di personale, tutti ci mettono aspettative, richieste, recriminazioni, elogi, critiche, fantasie, spesso e volentieri abbagli, il più delle volte svalutazioni.

Educatore, termine che si regge su concetti realistici ed immaginari.

Educatore, figura professionale che si regge su di una persona.

L’educatore è una persona.

Spesso viene visto come un distributore automatico di interventi educativi, sorrisi, risoluzione di problemi, vocazione a fare del bene e di cure per chiunque, ovunque, in qualunque situazione ed in qualunque condizione.

Spesso viene dimenticata la persona che vive in questo educatore.

Una persona come tutte le altre. Una persona che passa attraverso giorni di sole e di pioggia, giorni di gloria e di infamia, giorni in cui la vita la tiene in mano ed altri nei quali la vita non sa nemmeno dove andare a cercarla. Una persona che vive, bene o male, barcamenandosi negli stessi problemi in cui si barcamenano tutto. Una persona che si esalta per le cose felici come tutti, una persona che affonda per le cose tristi come tutti. Una persona che porta dentro i segni che la vita gli ha inflitto e che cerca di gestire come ogni altra persona. Una persona che piange, ride, ama, odia, spera, dispera, fallisce, realizza, perde, vince, corre, arranca. Una persona che deve continuamente mediare tra sé stesso, i suoi valori, i suoi affetti, il suo lavoro, i suoi valori professionali, le relazioni, le giuste distanze e le giuste vicinanze, il passato, il presente, il futuro. Una persona che ha abbracciato uno scopo nella vita e lo persegue anche facendo l’educatore. non un supereroe, solo una persona che crede in un lavoro. Ci crede e si inserisce in un sistema lavorativo. Cerca di capirne i valori, gli scopi, la mission, il carisma. Cerca di capirli, farli propri e tradurli in operatività. Una persona che si crea una professionalità cercando di condividerla con le persone che, nel sistema, lavorano con lui. Una persona che affronta delle fatiche per fare tutto ciò. Una persona che ha la responsabilità professionale, morale ed umana dei soggetti a cui rivolge le proprie energie lavorative. Una persona che ha tra le sue mani la vita di altre persone, il futuro di altre persone, la quotidianità di altre persone, i dolori, i sogni, le speranze, le aspettative, le delusioni, le gioie, gli affetti, la fiducia. Una persona che, d’improvviso, si trova a dover affrontare dilemmi a cui la propria coscienza personale, in unione con quella professionale, pone sotto gli occhi. Una persona che deve optare scelte, una persona che si trova a doverle subire.

Una persona che vive in un ruolo professionale che gli chiede di decidere: mettere in atto scelte professionali imposte e non condivise oppure dare voce a quelle persone che gli sono affidate e che si af-fidano?

In sostanza questo è stato il marzo 2016. E’ stato trovarsi dinnanzi ad un dilemma gigante: chiudere la bocca, abbassare la testa, fare ciò che il padrone dice di fare dimenticando che, la persona a cui tale scelte, si riferiscono avrebbe bisogno di una cosa fatta in un altro modo? Azzerare ogni valore condiviso, coltivato in sette anni per sottostare in silenzio alla voce grossa di chi conta di più?

L’educatore si è risposto.

La persona si è risposta.

Fortunatamente, entrambe, si sono date la stessa risposta. Ci hanno messo poco tempo a farlo: venerdì alle 13,30 circa il dilemma si è materializzato e dopo poche ore, con un caffè in mano, entrambi, per voce sola, ponevano la domanda del secolo:

“Se questo è il sistema in cui mi chiedete di lavorare io me ne vado!”.

Potevano l’uomo e l’educatore essere negli stessi giorni nelle stanze del potere a cercare di portare la voce di due persone che rischiavano di subire una decisione lesiva per il loro futuro ed invece lasciare un’altra persona in balia di se stesso, degli interessi dei padroni e dell’indifferenza generale? Certo che non potevano. Non potevano perché i valori che portavano avanti da tutta una vita non lo tolleravano; non potevano perché significava tradire tutto ciò in cui credevano e per cui lavoravano; non potevano per semplice coerenza tra tutto quello che il sistema professa e li ha portati a professare e tutto ciò che il sistema stava permettendo accadesse. Non potevano per tanti altri motivi. Non potevano perché trovavano intollerabile che il mantenimento di falsi buoni rapporti potessero essere più importanti dei suoi bisogni.

Si, il fatto che si trattasse di lui è stata sicuramente una potente spinta ad aprire gli occhi. Tutti sapevano quanto era importante ed in maniera ugualmente importante sono stati immobili, quasi ad aspettare che la voragine sotto i miei piedi si allargasse al punto da potermi buttare sotto, tanto più in basso tanto quanto importante era per me.

Lì, in quel venerdì, ho avuto la certezza che me ne sarei andato. Poi vi spiegherò perché si è arrivati ad agosto. Leggerete una delle mie risposte e capirete come mai si è arrivati ad agosto, ma questo è un altro capitolo. Questa è solo una premessa su quel marzo, a breve gli altri passi cruciali di quel mese, dove incontrerete anche simpatiche figure che hanno avuto ruoli cruciali.

La persona e l’educatore sono felici di quel marzo, sanno che hanno provato a fare il tuo bene.

Tu non lo sai, chiuso in una campana di vetro che i padroni hanno deciso di costruirti.

Tu non lo sai e forse non lo saprai mai, ma io lo so e questo basta per non essere quello che cambia strada per evitare sguardi ed evidenti problemi di coscienza.

Dormo tranquillo e fallo anche tu.

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Settembre 2015

La storia ha il suo primo atto. Ho sempre ritenuto di avere a cuore il mio lavoro e le responsabilità derivanti dai ruoli che ho ricoperto. Guidare un’equipe ti fa essere responsabile di uomini e donne che vorresti vedere professionalmente sereni. Quando da tempo vedi che non è così, armato della tua fiducia nel cambiamento, decidi di esporti perché soffri nel vederli affaticati, insoddisfatti e stanchi. Pensi che è un azzardo, che vai a mettere la faccia per concetti più loro che tuoi. Pensi che è rischioso ma lo fai comunque perché sei certo che, nel caso la situazione si metta male, loro ti sosterranno. Quindi scrivi una lunga riflessione su alcuni temi che ti erano stati presentati. La scrivi senza timore e ci butti dentro tutto il malessere respirato nel sistema. Prima di consegnarlo chiedi un parere. Scegli una persona che sai che condivide il tuo punto di vista, di cui hai stima professionale, su cui nutri qualche dubbio a livello personale, di cui scegli di fidarti. Lei vive il tuo stesso sistema, il tuo stesso ruolo, le tue stesse difficoltà. Lei è più lucida, razionale e riflessiva di te, quindi saprà darti un parere. Te lo da, ti consiglia e riaggiusti il tuo scritto prima di consegnarlo. Lei è stata preziosa e sai che è dalla tua parte. Pensi che sarà al tuo fianco nel bisogno e decidi quindi di tutelarli. Ti chiederanno se qualcuno ha letto il tuo scritto e tu negherai. Sei così convinto che vuoi un cambiamento per tutti, che sarà un rischio e sei così fiducioso che verrai sostenuto che non ti importa di esporti da solo. Consegni. Poi vedremo com’è andata. Poi vedremo la fidata consigliera che farà nel resto della storia. Poi vedremo perché la storia inizia qui.

Questo è ciò che scrissi

Scrivo alcune riflessioni seguite alla lettura dei documenti sul convegno, ad alcuni nostri confronti ed alle vicende degli ultimi mesi.

Nessuna pretesa di completezza, correttezza ed esaustività è presente in queste righe.

Sono molto colpito dal concetto di “responsabilità”, spesso emerso e sottolineato nella relazione del dott.xxxxx.

Responsabilità:

-verso gli ospiti

-verso gli operatori

-verso i servizi

-verso l’istituto

In queste righe metterei al primo posto la responsabilità verso gli operatori quale più emergente in questo momento storico e, dal mio punto di vista, meno preso in considerazione da parte nostra.

I tre concetti di:

-partecipazione

-trasparenza

-cooperazione senza pregiudizi

mi mettono fermo a riflettere; sono cose che chiediamo, trovando risposte a volte positive ed a volte meno positive ma…sono cose che diamo? Se, infatti, è importante “un’intesa forte che non impone di essere sempre in sintonia su tutto ma consente di condividere gli stessi ideali”, perchè ci risulta così difficile accogliere le fatiche, le critiche, le reazioni e le diverse soluzioni a noi portate dagli educatori con cui dovremmo condividere, co-partecipare, co-costruire? Accogliere, ascoltare, prendere in considerazione ci fa sentiremeno bravi? ci minaccia? mina i nostri ruoli e le nostre certezze? Decidendo di abbracciare il concetto di corresponsabilità siamo obbligati ad abbracciare un percorso a doppio senso di marcia, senza prevedere un senso unico.

(porterò un’esempio pratico che mi fa riflettere: nel momento in cui i nostri educatori sollecitano a riflettere su una diversa gestione delle risorse umane, in quest’ottica, non dovremmo metterci ad ascoltare, valutare, farci interrogare, aprire un confronto? Partire dal presupposto che le loro sollecitazioni siano finalizzate a portare avanti la propria comodità, non viola i principi di questa ottica? Probabilmente dovremmo essere in grado di cambiare punto di vista e provare a pensare di prendere in considerazione le sollecitazioni poste: potrebbero avere un senso? un confronto potrebbe passare il messaggio che gli educatori possono essere coinvolti nel pensare a come costruire l’organizzazione del servizio? ciò potrebbe renderli corresponsabili? più maturi? più coinvolti? più sereni? ciò non potrebbe avere una ricaduta positiva sul clima generale? sul senso di partecipazione? sulla valorizzazione? ciò potrebbe ricadere positivamente sul lavoro con i bambini nelle comunità?)

Cooperare senza pregiudizi credo significhi non darci delle certezze nei metri di misura che adottiamo per non farli diventare giudicanti; tenere una certa obiettività, avere un confronto costante, un’apertura al punto di vista altrui. Lavorare con gli educatori partendo dal presupposto che antepongano i loro interessi al bene dei bambini e del servizio, è per noi pericoloso e rischia di farci leggere una realtà che non corrisponde al vero, aumenta la distanza tra il percepito ed il reale, ci fa fare errori di valutazione e di azione. Ci porta a sottovalutare ciò che non conferma questa teoria e cercare solo ciò che conferma questa teoria; l’obiettività senza pregiudizio dovrebbe portarci a rinforzare quando viene messo in atto il positivo e riprendere quando viene messo in atto il negativo, con equilibrio e criterio.

Sugli esempi negativi ho ricevuto rimandi spesso e volentieri ed anche gli educatori ne hanno sentiti: a volte legittimi, a volte a mio avviso evitabili, a volte gratuiti. Molto più raramente ho sentito i rimandi positivi e su questo sarebbe bello ci riflettessimo. Alcune azioni sono state, a mio avviso, importanti dimostrazioni che scelte antipatiche per la comodità degli educatori ma nell’ottica del “bambino al primo posto” ci siano state (elenco di esempi che ometto per wordpress,…) ma devo constatare che non ne sono seguiti particolari rinforzi ne diretti ne indiretti. Di esempi ne possiamo trovare, probabilmente, altrettanti in negativo ma, far crescere un gruppo in questa ottica, non ci deve trovare impegnati a valorizzare, riconoscere i meriti, trovare le prove del positivo e, contestualmente, a tollerare qualche errore, intervenire laddove si creda non raggiunto il minimo buon senso ed impegno, con un certo criterio di priorità e scala di valore? Valorizzare una scelta potrebbe spingere a farne altre con più entusiasmo? Laddove vediamo la mission, anche in una milionesima parte, guidare una decisione, non sarebbe nostro dovere incentivare, ringraziare, dare importanza?

Rifletto molto anche sulle mancanze e mi chiedo se ce ne siano tali e di una portata tale da spingerci ad affermare che gli educatori non tengono ai bambini e lavorano anteponendo i loro bisogni. Io mi sono risposto da tanto tempo che non è così ma credo sarebbe un punto su cui andrebbe aperto un confronto, per darci dei criteri con i quali leggere questa teoria che molto spesso mi è stata messa come accusa. I servizi sociali lamentano questo? Abbiamo dei bambini trascurati e non presi in carico? Abbiamo annullato feste ed eventi perchè non è stato possibile metterli in atto? Ci sono aspetti che sfuggono a noi che viviamo ed operiamo nelle equipe e nelle comunità? Confrontiamoci, sono certo che qualcosa mi sfugga e si potrebbe fare molto di più ma, in generale, credo non sia così negativo il bilancio.

Facciamo qualcosa così come possiamo, spesso anche lamentandoci ma qualcosa facciamo.

Tutto può essere arricchito e migliorato, si possono studiare soluzioni nuove e più proficue, si possono affrontare le responsabilità dei propri errori, si possono superare le difficoltà delle incomprensioni.

“Bisogna conoscere bene i nostri servizi, ovvero entrare nel servizio in modo molto concreto…”; giusto. Un referente vive in modo concreto nel servizio; un referente porta cose a doppio senso dentro e fuori dal servizio, dall’equipe alla direzione e viceversa; un referente può avere questo ruolo cruciale se spesso non gli viene garantita fiducia? un referente può avere questo ruolo cruciale se non ha fiducia nella propria equipe?

Il tema della fiducia credo sia il presupposto al tema della corresponsabilità.

Fiducia significa anche eliminare i pregiudizi, i toni accusatori, il controllo, l’aspettarmi che gli altri facciano quello che io farei e come io lo farei.

Fiducia significa anche contemplare fatiche, deleghe, tentativi ed errori, delusioni, incognite, incertezze, compromessi, scontri.

Fiducia significa anche lasciare la libertà di agire accettando di non imporre, anche se il risultato può farmi apparire meno bravo.

Fiducia può portare responsabilità, nuove strade, dialoghi, successi, crescite, intraprendenza, sorprese, crescita.

Fiducia potrebbe portare a gestire i servizi in condivisione, potrebbe rendere corresponsabili, potrebbe spingere qualcuno ad assumersi responsabilità e divenire propositivo.

Fiducia potrebbe permettere di far notare le mancanze e costruire le risposte.

Fidarsi significa anche umilmente pensare che, forse, le cose andranno bene anche se non intervengo io; significa credere che se porterò un problema verrà trovata una soluzione.

Fidarsi comprende anche rispettare i ruoli, gli spazi, i limiti ed i confini, credere che si abbia tutti un obiettivo comune.

Fidarsi è anche essere consapevoli che le nostre parole hanno un peso, che i nostri giudizi possono ferire, che devo trovare un modo rispettoso di fare e dire le cose.

Fidarsi significa anche dire “”mi fido di te”.

Tema su cui varrebbe forse la pena spendere due parole se vogliamo confrontarci sulla corresponsabilità.

Queste sono riflessioni buttate su carta e volevo condividerle con voi che, con me, cercate un modo di migliorare sempre questo luogo un pò di lavoro e un pò di vita.

Questo era settembre 2015. To be continued…

 

parole · racconto

Calma e sangue freddo

Vai tranquillo a fare la spesa e incontri una persona che non vedi da tempo. Come tuo solito ti fermi e chiacchieri. Ad un certo punto esce il solito discorso del lavoro. Con una certa ritrosia ne parli perché sei cortese. In un minuto  vieni a scoprire che la fidanzata di questa persona ha una cugina che è amica di una persona con cui hai lavorato qualche anno. Fai il vago, chi ne vuole ancora sentir parlare. Questa persona non molla il colpo ed in tre minuti netti comprensivi di imbarazzanti silenzi, ti racconta ciò che tu hai scritto in mail e raccomandate ai tuoi simpatici ex compagni di viaggio. Orbene tu non vuoi credere alle tue orecchie ma alcuni dati che ti fornisce sono inequivocabilmente e senza ombra di dubbio fuoriusciti da tali documenti. Chiudi la conversazione il più velocemente e pacatamente che puoi e sali in macchina. Nei due chilometri che ti separano da casa già mediti di scrivere o chiamare per chiarire questa cosa con i diretti interessati. Poi ti ricordi che è una strada che hai già percorso in passato e che ha avuto scarsi risultati: nessuno ti risponde, vieni ignorato come se non esistessi o, nel migliore dei casi ti viene detto che il pettegolezzo non fa parte di loro. Quindi inizi a pensare come certe informazioni possano essere in circolazione. Ti ricordi dell uso fatto del tema privacy. Ti incazzi come fosse di nuovo il 19 agosto e senti il bisogno di uccidere qualcuno. Finiti i due chilometri ti è già passata in realtà perché ti ricordi di essere felice. Decidi che è giunto il momento di iniziare a rompere il silenzio che hai più o meno utilizzato nel gestire questo anno e di iniziare a scrivere una bella storia. Ti viene già un titolo omaggio al tuo preferito: “cronaca di un licenziamento annunciato”. Sai che sarà una bella storia, con un lieto fine. Sai che è iniziata molto prima di quanto si dice in giro. Sai che hai delle belle cose scritte da pubblicare per fare il quadro esatto della vicenda. Sai che coinvolgerai persone che hai cercato di tutelare ma che poi ti ignorano tanto quanto le avessi messe in mezzo subito. Sai che dovrai chiedere a lei di scrivere cosa realmente ha combinato alle tue spalle. Sai che non servirà a ricucire rapporti morti. Sai che non cambierà la tua pace interiore assolutamente solida. Sai che continuerà il giochetto dello renderti uno stronzo psicopatico e un po’ spostato in modo che qualsiasi cosa tu dica abbia meno valore e credibilità. Sai tutte queste cose. Sai che salveranno, stamperanno e valuteranno che fare. Lo sai, ma sai anche che tutti ne parlano con tutti tranne che con te. Lo sai e lo puoi dimostrare. Lo sai e decidi che ti sei semplicemente rotto il cazzo di non dire la tua. Sai che ne hai da dire. Sai che adesso hai voglia di farlo. Sai che le cose che hai scritto e dovevano essere per pochi sono diventate di molti. Sai che solo alcune cose sono diventate di molti. Sai che è giunta l’ora perché anche l’altra metà della mela venga svelata. Speri solo che una cosa non sia diventata di molti ma non ci credi troppo. Sai che non lo vuoi scoprire. Sai che scriverai qui perché tanto sai che guarderanno. Sai che non volevi essere così ma così dicono che sei e qualche ragione è giusto dargliela. Sai che ti divertirai perché sei felice oggi, forse proprio grazie alla loro distanza. Sai che sei oltre e che ti puoi permettere di esporti adesso, dopo che con calma e sangue freddo hai attraversato il fiume e sei giunto alla sponda della consapevolezza. Sai chi sei. Sai chi sono. Sai che vuoi farlo sapere.

parole · racconto

28.08.2017

Ci sono date che cambiano delle vite. Questa è una di quelle. Poco importa come si sviluppi il cambiamento. Poco importa chi lo vede questo cambiamento. Poco importa se esistono persone che si assumono il compito di decidere per noi se certe date possiamo considerarle importanti oppure no. Poco importa. Questa è una data per me importante. Felice. Lo sarà sempre. Sorrido perché ti immagino felice oggi. Qualche capriccio forse ma elettrizzato e felice. Sorrido perché se sai che sono dieci e non ventotto è perché ti sei fidato. Sorrido anche se avrei voluto altro per me oggi. Sorrido perché sono sicuro che ho fatto del mio meglio per onorare quel tuo atto di fidarti di me. Sorrido perché ti immagino sorridere. Ti voglio bene, nonostante il mare di stronzi che vorrebbe arrogantemente decidere pure su questo. Ti voglio bene e ne sorrido. Ti prendo in abbraccio e ne sorrido.

parole · racconto

Revenge

Inizierò a dare una forma a tutti quei pensieri che spingono dentro.

Tutti hanno dato forme a pensieri.

Tutti hanno spiegato i loro significati.

Tutti hanno dato vita ad un pezzo di me.

Vive lontano. Ignoro. Non conosco.

Ora inizierò pure io a sputare il veleno.

Meglio vivere circondati dal deserto che vivere circondando il deserto.