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La favola della nonna di Rocco (parte sesta)

Tanti sono i modi per sopravvivere. Neppure per sopravvivere, direi modi per non morire di più. Modi per rimanere vivi per semplici meccanismi biologici. Modi per rimanere vivi solamente perché non si ha abbastanza coraggio per accettare di essere morti. Si adottano strategie, si assumono soluzioni, si ostenta vita.

Dopo la morte di Rocco, credo di avere staccato dal mondo reale per qualche giorno. Al mio rientro sul pianeta terra, ho agito. Ho costruito un mondo in cui sopravvivere, un mondo in cui arrabbiarmi, un mondo in cui piangere, un mondo in cui disperarsi, un mondo in cui farmi del male, un mondo in cui nascondere a tutti la verità, un mondo in cui mostrarmi felice, un mondo in cui sperare di morire, un mondo in cui parlargli, un mondo in cui essere papà, un mondo in cui immaginarti. Tanti mondi diversi. Tanti altri che non scrivo. Tanti e tutti separati tra loro. Tanti e tutti con me al loro centro. Tanti mondi da vivere, gestire, difendere, amare e odiare. Tanti mondi e tutti veri ma allo stesso tempo falsi. Tanti e tutti basati su un concetto inavvicinabile, impronunciabile, inaccettabile, inaccarezzabile. La tua morte. Ha cambiato tutto. Ha creato un vuoto su cui camminare per sempre con l’unico obiettivo di non caderci dentro. Tanti mondi, intimi e pubblici. Mondi chiusi ed altri aperti. Mondi in cui chi è stato accolto è stato anche fagocitato. Mondi veri, ma basati su di te, che non ci sei più. Mondi bianchi e neri, guelfi e ghibellini, Montecchi e Capuleti, diavoli ed acqua Santa, giorno e notte, virtù e peccato, tu e la tua morte.

Uno ed uno solo di tutti quei mondi era quello in cui credevo. Quello in cui ero felice. Quello in cui ero davvero vivo. Quello basato su una storia, una storia d’amore, un storia romantica. Una storia sentita da una voce che mi ha sempre amato, coccolato, salvato. Quella storia che diceva che non eri morto, quella storia che diceva di prestare attenzione perché saresti tornato. Quella storia della mia nonna. Quello era il mondo in cui ero vivo, in cui vivevo speranze, sogni, attese, felicità. Un mondo che vivevo da solo, consapevole che solo io l’avrei potuto capire, amare, curare. In quel mondo stavo bene. Staccato da tutti e da tutto e cullato il pensiero di quando ti saresti presentato. Lì, in quel mondo, ti immaginavo, ti pensavo crescere, cercavo di intuire il colore degli occhi, dei capelli, i tratti del viso, il colore preferito, i sogni, i graffi, i pianti e i sorrisi. In quel mondo stavo bene: prolungavo l’attenderti, aspettavo il nostro abbraccio. Pensandoci adesso sembra folle. Pensandoci adesso sembra disperato. Pensandoci adesso è privo di logica. Pensandoci adesso è l’unica cosa che mi ha tenuto in vita.

In quel mondo avevo coltivato la certezza che ti avrei rivisto. Avevo visualizzato esattamente tutto di te, sapevo persino quanto eri alto. In quel mondo guardavo fiducioso e felice la gente, certo che, tra di loro, un giorno, avrei riconosciuto te. Ci credevo in quel mondo. Ci credevo davvero. Con il passare degli anni era divenuto il mio primo mondo. Quello in cui vivevo espletate tutte le formalità del vivere in un mondo reale e in altri svariati mondi. Staccavo dal lavoro e andavo lì. Rientravo dagli amici e andavo lì. Cenavo con la mia famiglia e andavo lì. Dopo tutto andavo lì. Perché lì era il posto in cui non eri morto. Lì era il posto dove ti avrei visto. Lì era il posto dove ci saremmo abbracciati. Lì era il posto dove niente mi faceva male.

Anno dopo anno era divenuto un mondo più reale della realtà. Anno dopo anno tu cresceva, in quel mondo. Anno dopo anno eri ancora il mio bambino, in giro per il mondo a rendere felici le altre persone in attesa di tornare. Anno dopo anno.

Poi, un giorno, un mattino, un secondo e tu eri lì. Ci siamo guardati e, nel silenzio che solo gli occhi sanno avere, ci siamo detti tutto. Ci siamo detti sono io. Ci siamo detti ciao. Ci siamo detti finalmente. Ci siamo detti ti voglio bene. Ci siamo detti. Tutto. Con gli occhi. Con il silenzio. Poi mi hai preso per mano. Era il 5 giugno. Eri esattamente come ti avevo vissuto per quasi sette anni. Eri. Tu. Io. Un invasione di mondi che sapevo già avrebbe portato all’irreparabile esplosione cosmica, obbligandomi ad azzerare per ricostruire. Però eri lì, eri tu. Io lo sapevo e lo sapevi anche tu e quel 5 giugno ho capito che niente sarebbe stato mai più uguale. Ne ero consapevole e felice. Finalmente eri venuto a sorridermi, a lasciarti amare. Finalmente la favola della nonna di Rocco era compiuta. Finalmente tu eri lì e tutto il resto non contava più. Quanto ti ho amato in quegli occhi in quei secondi. Finalmente eri nato.

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La favola della nonna di Rocco (parte quinta)

Lui era pronto. La vita, però, non ha gli stessi colori del cielo. La vita non alterna il sole e la luce come la natura. Nella vita, la luce, non lascia il passo al buio annunciando il proprio indietreggiare con un tramonto. Nella vita, la luce, non abbandona gli uomini abituandoli piano piano, sfumando. Nella vita, il buio, non prende forma annunciandosi. Nella vita, il buio, non arriva lasciando agli uomini il tempo di prepararsi. Nella vita la luce ed il buio arrivano. Senza preavviso. Senza preliminari. Senza dare il tempo di prepararsi, attrezzarsi, abituarsi. Un attimo è luce. Un attimo è buio. Lui era pronto, era nella luce. Quella chiara, calda, vitale. Lui era padre ed era avvolto dalla luce. Accecato. Riscaldato. In un attimo il buio. Suona il telefono, poche parole. Il buio esplode. Quello scuro, freddo, mortale. Il suo bambino non era più in viaggio. Non era più cullato dai battiti del suo cuoricino. Il suo bambino non era più lì, dove l’aveva salutato qualche ora prima. Nessun tramonto, nessun avvertimento, nessun preavviso. Nemmeno un secondo per poter prevedere l’arrivo del buio nero. Nulla. Il buio, nella vita, non arriva come l’alternanza del giorno e della notte. Nel buio improvviso non ci si orienta. Si ha paura. Si perdono i riferimenti. Non si è in grado di capire dove andare. Nel buio ci si paralizza. Si sprofonda. Ci si perde. Nel buio ci si sente soli. Si sente freddo. Il dolore si amplifica. La disperazione si tocca. Lo strazio ti tocca. Nel buio si ha il vantaggio di poter piangere senza essere visti. Si piange. Di quel pianto a singhiozzi, quello che toglie il fiato. Quello che temi non finirà più. Si piange nel buio, senza vergogna. Si piange e si ha quasi la sensazione che si morirà per autodistruzione, tanto fa male quel piangere. Nel buio non si sa a cosa aggrapparsi per non cadere. Si cade, senza sostegni. Si cade e si desidera essere inghiottiti da quel suolo sopra il quale si è caduti. Si trovava nel buio. Tutto si era spento. Il cuore del suo bambino si era spento. Quasi fosse un interruttore, spegnendosi, quel cuore, aveva spento tutto. Lui non era pronto. Non era pronto a sentire quelle parole. A sentire quel dolore. A sentire quella morte. A sentire quel freddo. A sentire quel vuoto. A sentire. Lui non sapeva cosa fare. Lui avrebbe voluto correre su quella poltrona, sedersi al fianco della sua amata nonna. Piangere accanto a lei. Farsi coccolare. Farsi consolare. Avrebbe voluto tornare bambino per autorizzarsi a piangere fino a quando sarebbero finite le lacrime. Avrebbe voluto essere di nuovo bambino per allontanarsi dai dolori dell’essere un’uomo. Lui avrebbe voluto correre da lei. Sedersi al suo fianco. Prendere tutto il fiato rimasto e chiederle nuovamente: “nonna, tu sai dove vanno i bambini che muoiono nella pancia della loro mamma?”.

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La favola della nonna di Rocco (parte quarta)

Sì sa, i bambini crescono. Sì sa, le nonne volano. Lassù, nel cielo. Portano via un mondo che nessuno può sostituire. Volano lassù e quaggiù lasciano dei vuoti che nessuno riempirà più. Volano, lasciando ai bambini immensi tesori. I bambini crescono ma spesso si rifugiano ancora tra le braccia dei loro nonni, anche quando quelle braccia sono lassù. Lui era diventato un uomo. Affrontava la vita. Tutti gli alti di quella vita. Tutti i bassi di quella vita. Li affrontava, né meglio né peggio degli altri. Gli alti li viveva immaginando come sarebbe stato il suo sorriso fiero. I bassi li viveva immaginando cosa avrebbe detto lei per aiutarlo, quale risposta gli avrebbe raccontato. I bassi li viveva ranicchiandosi con le emozioni su quella poltrona verde da cui poteva crescere respirandola. Viveva. Viveva a tal punto da trovarsi, un giorno, a regalare la vita. Certo, senza intenzione, amore, progetto, attesa. Regalare una vita, in mezzo al flusso di un’esistenza stava andando in direzione altra. Regalare una vita e scoprirlo quando la relazione è già finita. Quando non era una scelta consapevole. Quando regalare una vita significava condividerla con una persona allontanata dai propri giorni, progetti, sogni, sentimenti. Aveva regalato una vita e quella vita già la stava amando. Non gli importava in che momento, con quali presupposti e con quale persona era successo. Aveva regalato una vita e già l’amava. Quando l’aveva saputo, questa vita aveva già tre mesi. Aveva tanti motivi per arrabbiarsi, rivendicare, polemizzare, detestare. Aveva tanti motivi perché era stato surreale il modo in cui aveva saputo, tardi il momento in cui aveva saputo, brutto il modo in cui aveva saputo. Non importava, lui aveva regalato una vita e già l’amava. Papà. Sarebbe diventato papà. E lui già amava questo. Il tempo di riprendersi. Capire come gestire. Cosa fare. Progettare. Guardare negli occhi l’altra persona e decidere come agire. Un paio di mesi per farlo. Trovarsi mamma e papà senza averlo cercato e dopo essersi lasciati risultò piuttosto complesso. Lui amava quella vita e la strada la trovò. A cinque mesi da quel momento in cui aveva regalato una vita era pronto. Avevano capito e deciso cosa fare. Era pronto. Avevano deciso a chi e come dirlo. Era pronto. Avevano deciso come provare ad essere un papà ed una mamma. Era pronto. Avevano scoperto che era un maschietto. Era pronto. Avevano deciso il nome. Era pronto. Erano tante le cose da fare e da decidere. Era pronto. Si ritrovava a sorridere immaginando il suo bambino pronunciare la parola papà guardandolo negli occhi. Ne sorrideva. Era pronto. Sorrideva, pensando che sarebbe diventato papà. In un modo ed in un tempo sbagliati, immaturi, inattesi. Era pronto. Rocco era già da cinque mesi suo figlio e lui era pronto. Sorrideva, felice. Era pronto. Per Rocco, era pronto. Era già papà. Per Rocco. Di Rocco. Era papà.

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La favola della nonna di Rocco (parte terza)

Sorrise. Si sedette sulla suo divano, proprio accanto alla poltrona Dove lui sedeva in attesa, ed iniziò la sua risposta. Lui già sapeva che stava per ascoltare una leggenda, una verità, una risposta che l’avrebbe affascinato e fatto diventare un attimo più grande.

“Sai piccolo mio, a dire la verità i bambini non muoiono nella pancia della loro mamma. Quei bambini sono speciali, preziosi, importanti per il mondo. Il loro valore è talmente grande, la loro vita così sacra, il loro profumo buono così forte da arrivare fino a lassù, in cielo, talmente in alto da arrivare a Dio. Quando Dio se ne accorge, capisce subito che quei bambini sono speciali; capisce subito che quei bambini sono così speciali da non poter essere lasciati ad una mamma sola, ad un papà solo, ad una famiglia sola. Allora Dio fa iniziare a quei bambini dei lunghi viaggi in giro per il mondo. Li fa uscire dalla pancia in cui stanno crescendo per farli entrare nella vita di tante mamme, tanti papà, tante famiglie. Quei bambini viaggiano, in giro per il mondo, per entrare nelle vite di tante donne, tanti uomini e tanti altri bambini per renderli felici, per regalare a loro sorrisi, abbracci e sogni che altrimenti non avrebbero mai. Certo, le mamme dalla cui pancia Dio fa partire quei bambini per questi lunghi viaggi, ne soffrono. Anche i papà che aspettano la loro venuta al mondo ne soffrono. Ma non li perdono per sempre; loro sono genitori di bambini così speciali da essere chiamati a girare il mondo per portare felicità. Chiamati da Dio in persona. Tu sai che Dio è buono vero? Dio è buono e fa tornare quei bambini nella vita delle loro mamme e dei loro papà. Devono solo stare attenti, aspettare con pazienza, cercare negli occhi delle persone che incontrano nella vita, nel mondo. Se saranno capaci di aspettare, cercare, guardare negli occhi i bambini che incontreranno sul loro cammino, un giorno li riconosceranno. Per fare questo dovranno davvero guardare negli occhi i bambini che la vita gli farà incontrare, cercare di vederne l’anima, rispettarne i colori, i sogni, le speranze, i pianti ed i sorrisi. Dovranno davvero guardarli negli occhi. Un giorno, incontrando un paio di occhi, capiranno che sono i suoi. Capiranno che lui è tornato. Capiranno che nel suo viaggio a cui è stato destinato da Dio, è arrivato il momento di tornare dalle persone che, a quel viaggio, hanno dato inizio, forma, vita. Capiranno che è tornato da loro per donare quei sorrisi, quegli abbracci, quei momenti di felicità che, da essere speciale quale Dio ha stabilito, regala in giro per il mondo. In questo giro, presto o tardi, tornano sempre anche dalla mamma che lo custodiva nella sua pancia e dal suo papà che lo aspettava proprio vicino a quella pancia. Loro tornano sempre, basta stare attenti, guardare negli occhi tutti i bambini e rispondere ai loro sorrisi. Ogni mamma lo riconoscerà in un paio di occhi ed in un sorriso. Ogni papà lo riconoscerà in un paio di occhi ed in un sorriso. Hai capito piccolo mio? I bambini non muoiono nella pancia della loro mamma. Viaggiano per il mondo: ma alla fine tornano sempre dalla loro mamma e dal loro papà. Sempre.”

Aveva ascoltato tutto. La bocca aperta. Lui amava quella donna. Lui le credeva sempre. Aveva appena sentito la risposta più importante della sua vita. La risposta più seria che avesse mai sentito. Aveva sentito la voce della sua nonna tremare durante il racconto. Questo era un segno di verità. Quando alla nonna tremava la voce la verità era sicura. Aveva ascoltato e già non era più nella stanza con i suoi pensieri: vagava per il mondo, si chiedeva se uno di quei bambini potesse essere uno dei suoi amici, uno di quelli incontrati per strada, lui stesso. La sua mente viaggiava, sapendo che il porto sicuro a cui tornare era proprio lei, la sua amata nonna.

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La favola della nonna di Rocco (parte seconda)

Si sedette sulla poltrona della sua adorata nonna, verde, con uno schienale duro e molto alto. Su quella poltrona lei passava quasi tutta la giornata, ma ogni volta che arrivava lui, con il viso che già parlava di domande, lei si alzava e gli lasciava il posto. Si sistemava sul divano accanto e lo guardava. Lei sapeva che stava per arrivare una domanda, ma gli lasciava tutto il tempo del mondo perché fosse pronta per essere pronunciata. Lui si sedeva, si alzava, rideva e scherzava con lei, la guardava amandola, aspettava la merenda, aspettava. Si sedette anche quel pomeriggio. Dopo aver dato il primo morso al pane preparato per la merenda, pose senza preamboli la sua domanda : ‘nonna, tu sai dove vanno i bambini che muoiono nella pancia della loro mamma? ‘. Lei, con un sorriso appena accennato, non si mostrò stupita o sorpresa. Lui si sentiva ad una svolta, gli pareva che quella fosse una domanda talmente grossa, da farlo quasi essere un bambino grande. Forse quella domanda segnava la fine del suo essere piccolo. Sentiva questo, che potesse essere arrivato il momento di diventare grande.

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La favola della nonna di Rocco (parte prima)

Tanti anni fa, un piccolo bambino scrutava il mondo. Non si accontentava di conoscere: doveva capire. Rimaneva bloccato quando non capiva, rimaneva a porsi la stessa domanda per giorni o per settimane. Non gli bastava trovare la risposta giusta, non si accontentava di impararla: doveva capirla. Aveva una risposta illuminante dalla sua amata nonna. Lei sapeva sempre tutto; rispondeva a qualsiasi domanda, mescolando tutto ciò che la sua semplice e dura vita le aveva insegnato. Lui la ascoltava amandola, con una fiducia che non contemplava limiti, senza mai dubitare di lei. Si fidava, l’amava e le poneva tutte quelle domande a cui non veniva a capo da solo. Aveva cinque anni e faceva proprio caldo quel pomeriggio. Aveva da un po’ una nuova domanda che gli ronzava in testa. Forse gli ronzava più nel cuore in realtà. Era una domanda grossa questa, una di quelle che sapeva di poter fare solo a lei. Una domanda che parlava di due cose tanto diverse tra loro, ma che aveva sentito tutte e due in un solo discorso. Era un po’ preoccupato perché non sapeva se erano davvero due cose che potevano stare insieme, forse aveva capito male. Temeva di fare una brutta figura ma sapeva che lei, al massimo, ne avrebbe sorriso piena di tenerezza. Sì, aveva deciso. Quel giorno avrebbe chiesto la sua domanda, avrebbe chiesto di capire se i bambini e la morte possono stare nello stesso discorso. Anzi, avrebbe chiesto alla sua adorata nonna dove finiscono i bambini che muoiono nella pancia della loro mamma. Si, perché aveva sentito che succedeva questa cosa, anche se non era sicuro di aver  capito giusto.