parole · racconto

Non sei sola

Non sei sola.

Quando le tue parole feriscono gli altri.

Non sei sola, ci sono anche gli altri.

Non sei sola.

Quando ti comporti come se l’altra persona non esiste.

Non sei sola, c’è anche l’altra persona.

Non sei sola.

Quando sul lavoro sei promotrice di malelingue, allontanamento, isolamento, mobbing, gosthing, cattiveria e vendetta contro qualcuno.

Non sei sola, c’è anche quel qualcuno.

Non sei sola.

Quando la coerenza tra le tue azioni e le tue parole offendono la dignità altrui.

Non sei sola, c’è anche la dignità altrui.

Non sei sola.

Quando rifiuti il confronto che ti viene chiesto, con somma umiltà, da chi vuole salvare un rapporto umano.

Non sei sola, c’è anche un rapporto umano.

Non sei sola.

Quando usi la tua posizione di potere per gettare fango sull’altro e rendere la sua posizione talmente scomoda da annientare ogni suo spazio di difesa e credibilità.

Non sei sola. Sei una stronza.

Non sei sola.

Quando colludi con un sistema che ricatta, minaccia e, quando non piega, spezza.

Non sei sola. Sei una stronza.

Non sei sola.

Quando ignori i drammi umani in nome del salvarti il culo.

Non sei sola. Sei una stronza.

Non sei sola.

Quando neghi il saluto ad una persona che si umilia passando sopra a molta merda pur di recuperare un affetto annegato nel vomito.

Non sei sola, sei nel vomito.

Non sei sola.

Quando non credi più a nulla che è passato dagli occhi perché credi solo a ciò che ti è passato dall’invidia e dall’ambizione di tre imbecilli.

Non sei sola, ci sono anche tre imbecilli.

Non sei sola.

Quando ti senti così migliore degli altri per crocifiggerli senza lasciarli parlare, spiegare, portare le loro verità.

Non sei sola, ci sono anche le loro verità.

Non sei sola.

Quando sei consapevole che stai per distruggere una vita e neppure riesci a fermarti al primo livello, ma continui a scavare perché più la fossa in cui gettare il nemico è profonda, più ti illudi saranno lontane e meno udibile le urla del suo dolore.

Non sei sola, sei con le urla del suo dolore.

Non sei sola.

Quando la persona a cui hai fatto del male ti tende una mano perché vorrebbe solo cancellare tutto pur di avere ancora un pezzetto del vostro legame d’affetto.

Non sei sola, c’è anche il suo affetto.

Non sei sola.

No, non sei sola. Fai parte di un sistema. Malato. Un sistema a cui puoi dare le colpe. Un sistema a cui, poi, le colpe non le dai perché ne hai paura. Un sistema che ti fa paura. Al punto da non avere più armi ed essere assorbita da quel sistema.

Non sei sola. Non sei proprio. Il sistema è. Al tuo posto. Il sistema ti manovra. Il sistema ti convince che lui sei tu. Ti convince che tu sei lui. Il sistema ti dice che siete forti. Dice che chi non è come te, come lui, come il sistema, non esiste. Anzi, non te lo dice neppure. Il sistema te lo fa vivere, te lo impone, te lo ordina. Il sistema dice come è il mondo. Ti dice come deve essere per te il mondo. Ti dice che lui è il mondo. Ti dice che se stai con lui, lui è il mondo. Tu esisti solo in quel mondo, in funzione di quel mondo, se quel mondo ti autorizza ad esistere. Quando il mondo decide che lo inquini, lo discuti, lo sporchi, lo inclini, lo critichi, lo sfidi, lo sfuggi, lo disturbi, il mondo ti elimina. Ti mastica, ti deglutisce e alla fine ti espelle defecandoti. Per essere certo di allontanarti il più possibile, il mondo non si accontenta di vederti galleggiare ed arrancare nelle torbide acque dello sciacquone: il mondo tira la catenella e ti affoga definitivamente, archiviandoti nelle merde archiviate prima di te. Il mondo ti uccide e poi aappende il tuo corpo a monito. Il mondo ha il suo piazzale Loreto.

Tu non sei sola, sei tra la folla nel piazzale. Fingi di piangere ma sai che hai indicato dove trovare il sacrificato. Hai trovato le armi per sparare. Hai fornito le munizioni. Hai preparato l’imboscata. Hai invitato la vittima all’appuntamento sapendo che gli avrebbero sparato. Hai girato la testa dall’altra parte. Hai partecipato a prepare lo spettacolo del suo corpo appeso a monito per tutti. Hai sposato il mondo perché temevo di essere appesa a testa in giù vicino alla vittima. Hai pensato che, o morivi anche tu o diventavi il mondo.

Non sei sola, sei in piazza a vedere il cadavere. Sei a guardare il risultato di ciò che hai fatto per il mondo. Sei intenta a spiegare che, quel morto appeso, ha commesso azioni che giustificano quella fine. Sei intenta a convincere che la morte è giusta, anche e appeso osservi un ladro di galline. Un ladro che rubava galline perché vedeva gente morire di fame e, pur sapendo di sbagliare, credeva che salvare delle vite potesse giustificare piccoli furti di piccole galline.

Non sei sola, sei con il compito di trasformare quelle galline in animali più grandi, in dinosauri anzi, in bambini. In fondo un ladro di bambini appeso non è un ladrobdi galline appeso. Sembri meno stronza. Sembri meno colpevole. Sembri meno aguzzino. Sembri meno codarda. Rubare bambini è un reato diverso dal rubare galline. Appendere a testa in giù è più accettabile se racconti che le vittime erano bambini e non galline. Poi, un morto appeso, quando mai potrà smentire e provare che erano galline e non bambini. È appeso, morto, reso inoffensivo. Anche se esalasse un ultimo sussurro là, appeso, e qualcuno lo sentisse, chi mai farebbe credito ad un ladro di bambini? Chi crederebbe al peggiore dei criminali? Chi potrebbe mai pensare che il bandito a testa in giù sia in grado di mettere in dubbio le lacrime della dolce dama bionda in un angolo della piazza accigliata nel suo silenzioso dolore? Tra le braccia del mondo che la coccola, chi mai oserebbe avvicinarsi per dirle che il morto ha sussurrato di aver preso galline e non bambini? Lei è con il mondo, non è sola. Lui è appeso, solo che sussurra, soffocato dalle grida delle persone indignate dal ladro di bambini.

Non sei sola. Sei con il mondo. La sua cattiveria. La sua potente mano.

Non sei sola. Sei con un cadavere appeso in piazza.

Non sei sola. Sei li, con il cadavere che guardi. Che rinneghi.

Mi chiedo sei sei lì con almeno una verità in fondo al cuore. Chissà.

Non sei sola. Ci sono con te le ultime tre cose. La voglia di quel cadavere appeso di urlare alla folla che erano delle fottutissime galline di merda e non bambini. Il peso di quella morte e della sua esposizione pubblica, che gridano vendetta al cospetto di qualsiasi forma umana e terrena. La disgustosa e vomitevole speranza di quel cadavere, che ancora gli impedisce di stabilire definitivamente che sei stronza come il mondo.

Non sei sola. Sei con il mondo. Non sei sola; non sei proprio perché è il mondo ad essere per te.

Quando sarai sola, forse, capirai che giustiziare in quel modo un ladro di galline è incompatibile con mostrati i tale ladro. A meno che tu sia una gallina rapita, torturata, violata, straziata, smembrata e uccisa.

Non sei sola, ma la violenza che hai agito è lì con te e ti rende autorevole come la folla che grida “Barabba”: certo, vinta quella folla l’ha avuta vinta, però sono 2000 anni che tutti hanno chiaro il valore di quella folla.

Non sei sola, rimania nella gloria della tua folla. Il cadavere appeso è riuscito a liberarsi, precipitando per terra, ferendosi e scampando alla morte.

Non è solo. Certo non ha la folla e non è il mondo. Non è solo e non è morto. Non è solo. Tantomeno morto. Nessuno, forse, saprà delle galline e dei bambini, nessuna saprà neppure che era appeso ma non morto. Non è solo, è solo vivo.

Non sei sola o, perlomeno, non sai di esserlo.