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La favola della nonna di Rocco (parte quinta)

Lui era pronto. La vita, però, non ha gli stessi colori del cielo. La vita non alterna il sole e la luce come la natura. Nella vita, la luce, non lascia il passo al buio annunciando il proprio indietreggiare con un tramonto. Nella vita, la luce, non abbandona gli uomini abituandoli piano piano, sfumando. Nella vita, il buio, non prende forma annunciandosi. Nella vita, il buio, non arriva lasciando agli uomini il tempo di prepararsi. Nella vita la luce ed il buio arrivano. Senza preavviso. Senza preliminari. Senza dare il tempo di prepararsi, attrezzarsi, abituarsi. Un attimo è luce. Un attimo è buio. Lui era pronto, era nella luce. Quella chiara, calda, vitale. Lui era padre ed era avvolto dalla luce. Accecato. Riscaldato. In un attimo il buio. Suona il telefono, poche parole. Il buio esplode. Quello scuro, freddo, mortale. Il suo bambino non era più in viaggio. Non era più cullato dai battiti del suo cuoricino. Il suo bambino non era più lì, dove l’aveva salutato qualche ora prima. Nessun tramonto, nessun avvertimento, nessun preavviso. Nemmeno un secondo per poter prevedere l’arrivo del buio nero. Nulla. Il buio, nella vita, non arriva come l’alternanza del giorno e della notte. Nel buio improvviso non ci si orienta. Si ha paura. Si perdono i riferimenti. Non si è in grado di capire dove andare. Nel buio ci si paralizza. Si sprofonda. Ci si perde. Nel buio ci si sente soli. Si sente freddo. Il dolore si amplifica. La disperazione si tocca. Lo strazio ti tocca. Nel buio si ha il vantaggio di poter piangere senza essere visti. Si piange. Di quel pianto a singhiozzi, quello che toglie il fiato. Quello che temi non finirà più. Si piange nel buio, senza vergogna. Si piange e si ha quasi la sensazione che si morirà per autodistruzione, tanto fa male quel piangere. Nel buio non si sa a cosa aggrapparsi per non cadere. Si cade, senza sostegni. Si cade e si desidera essere inghiottiti da quel suolo sopra il quale si è caduti. Si trovava nel buio. Tutto si era spento. Il cuore del suo bambino si era spento. Quasi fosse un interruttore, spegnendosi, quel cuore, aveva spento tutto. Lui non era pronto. Non era pronto a sentire quelle parole. A sentire quel dolore. A sentire quella morte. A sentire quel freddo. A sentire quel vuoto. A sentire. Lui non sapeva cosa fare. Lui avrebbe voluto correre su quella poltrona, sedersi al fianco della sua amata nonna. Piangere accanto a lei. Farsi coccolare. Farsi consolare. Avrebbe voluto tornare bambino per autorizzarsi a piangere fino a quando sarebbero finite le lacrime. Avrebbe voluto essere di nuovo bambino per allontanarsi dai dolori dell’essere un’uomo. Lui avrebbe voluto correre da lei. Sedersi al suo fianco. Prendere tutto il fiato rimasto e chiederle nuovamente: “nonna, tu sai dove vanno i bambini che muoiono nella pancia della loro mamma?”.

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