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Settembre 2015

La storia ha il suo primo atto. Ho sempre ritenuto di avere a cuore il mio lavoro e le responsabilità derivanti dai ruoli che ho ricoperto. Guidare un’equipe ti fa essere responsabile di uomini e donne che vorresti vedere professionalmente sereni. Quando da tempo vedi che non è così, armato della tua fiducia nel cambiamento, decidi di esporti perché soffri nel vederli affaticati, insoddisfatti e stanchi. Pensi che è un azzardo, che vai a mettere la faccia per concetti più loro che tuoi. Pensi che è rischioso ma lo fai comunque perché sei certo che, nel caso la situazione si metta male, loro ti sosterranno. Quindi scrivi una lunga riflessione su alcuni temi che ti erano stati presentati. La scrivi senza timore e ci butti dentro tutto il malessere respirato nel sistema. Prima di consegnarlo chiedi un parere. Scegli una persona che sai che condivide il tuo punto di vista, di cui hai stima professionale, su cui nutri qualche dubbio a livello personale, di cui scegli di fidarti. Lei vive il tuo stesso sistema, il tuo stesso ruolo, le tue stesse difficoltà. Lei è più lucida, razionale e riflessiva di te, quindi saprà darti un parere. Te lo da, ti consiglia e riaggiusti il tuo scritto prima di consegnarlo. Lei è stata preziosa e sai che è dalla tua parte. Pensi che sarà al tuo fianco nel bisogno e decidi quindi di tutelarli. Ti chiederanno se qualcuno ha letto il tuo scritto e tu negherai. Sei così convinto che vuoi un cambiamento per tutti, che sarà un rischio e sei così fiducioso che verrai sostenuto che non ti importa di esporti da solo. Consegni. Poi vedremo com’è andata. Poi vedremo la fidata consigliera che farà nel resto della storia. Poi vedremo perché la storia inizia qui.

Questo è ciò che scrissi

Scrivo alcune riflessioni seguite alla lettura dei documenti sul convegno, ad alcuni nostri confronti ed alle vicende degli ultimi mesi.

Nessuna pretesa di completezza, correttezza ed esaustività è presente in queste righe.

Sono molto colpito dal concetto di “responsabilità”, spesso emerso e sottolineato nella relazione del dott.xxxxx.

Responsabilità:

-verso gli ospiti

-verso gli operatori

-verso i servizi

-verso l’istituto

In queste righe metterei al primo posto la responsabilità verso gli operatori quale più emergente in questo momento storico e, dal mio punto di vista, meno preso in considerazione da parte nostra.

I tre concetti di:

-partecipazione

-trasparenza

-cooperazione senza pregiudizi

mi mettono fermo a riflettere; sono cose che chiediamo, trovando risposte a volte positive ed a volte meno positive ma…sono cose che diamo? Se, infatti, è importante “un’intesa forte che non impone di essere sempre in sintonia su tutto ma consente di condividere gli stessi ideali”, perchè ci risulta così difficile accogliere le fatiche, le critiche, le reazioni e le diverse soluzioni a noi portate dagli educatori con cui dovremmo condividere, co-partecipare, co-costruire? Accogliere, ascoltare, prendere in considerazione ci fa sentiremeno bravi? ci minaccia? mina i nostri ruoli e le nostre certezze? Decidendo di abbracciare il concetto di corresponsabilità siamo obbligati ad abbracciare un percorso a doppio senso di marcia, senza prevedere un senso unico.

(porterò un’esempio pratico che mi fa riflettere: nel momento in cui i nostri educatori sollecitano a riflettere su una diversa gestione delle risorse umane, in quest’ottica, non dovremmo metterci ad ascoltare, valutare, farci interrogare, aprire un confronto? Partire dal presupposto che le loro sollecitazioni siano finalizzate a portare avanti la propria comodità, non viola i principi di questa ottica? Probabilmente dovremmo essere in grado di cambiare punto di vista e provare a pensare di prendere in considerazione le sollecitazioni poste: potrebbero avere un senso? un confronto potrebbe passare il messaggio che gli educatori possono essere coinvolti nel pensare a come costruire l’organizzazione del servizio? ciò potrebbe renderli corresponsabili? più maturi? più coinvolti? più sereni? ciò non potrebbe avere una ricaduta positiva sul clima generale? sul senso di partecipazione? sulla valorizzazione? ciò potrebbe ricadere positivamente sul lavoro con i bambini nelle comunità?)

Cooperare senza pregiudizi credo significhi non darci delle certezze nei metri di misura che adottiamo per non farli diventare giudicanti; tenere una certa obiettività, avere un confronto costante, un’apertura al punto di vista altrui. Lavorare con gli educatori partendo dal presupposto che antepongano i loro interessi al bene dei bambini e del servizio, è per noi pericoloso e rischia di farci leggere una realtà che non corrisponde al vero, aumenta la distanza tra il percepito ed il reale, ci fa fare errori di valutazione e di azione. Ci porta a sottovalutare ciò che non conferma questa teoria e cercare solo ciò che conferma questa teoria; l’obiettività senza pregiudizio dovrebbe portarci a rinforzare quando viene messo in atto il positivo e riprendere quando viene messo in atto il negativo, con equilibrio e criterio.

Sugli esempi negativi ho ricevuto rimandi spesso e volentieri ed anche gli educatori ne hanno sentiti: a volte legittimi, a volte a mio avviso evitabili, a volte gratuiti. Molto più raramente ho sentito i rimandi positivi e su questo sarebbe bello ci riflettessimo. Alcune azioni sono state, a mio avviso, importanti dimostrazioni che scelte antipatiche per la comodità degli educatori ma nell’ottica del “bambino al primo posto” ci siano state (elenco di esempi che ometto per wordpress,…) ma devo constatare che non ne sono seguiti particolari rinforzi ne diretti ne indiretti. Di esempi ne possiamo trovare, probabilmente, altrettanti in negativo ma, far crescere un gruppo in questa ottica, non ci deve trovare impegnati a valorizzare, riconoscere i meriti, trovare le prove del positivo e, contestualmente, a tollerare qualche errore, intervenire laddove si creda non raggiunto il minimo buon senso ed impegno, con un certo criterio di priorità e scala di valore? Valorizzare una scelta potrebbe spingere a farne altre con più entusiasmo? Laddove vediamo la mission, anche in una milionesima parte, guidare una decisione, non sarebbe nostro dovere incentivare, ringraziare, dare importanza?

Rifletto molto anche sulle mancanze e mi chiedo se ce ne siano tali e di una portata tale da spingerci ad affermare che gli educatori non tengono ai bambini e lavorano anteponendo i loro bisogni. Io mi sono risposto da tanto tempo che non è così ma credo sarebbe un punto su cui andrebbe aperto un confronto, per darci dei criteri con i quali leggere questa teoria che molto spesso mi è stata messa come accusa. I servizi sociali lamentano questo? Abbiamo dei bambini trascurati e non presi in carico? Abbiamo annullato feste ed eventi perchè non è stato possibile metterli in atto? Ci sono aspetti che sfuggono a noi che viviamo ed operiamo nelle equipe e nelle comunità? Confrontiamoci, sono certo che qualcosa mi sfugga e si potrebbe fare molto di più ma, in generale, credo non sia così negativo il bilancio.

Facciamo qualcosa così come possiamo, spesso anche lamentandoci ma qualcosa facciamo.

Tutto può essere arricchito e migliorato, si possono studiare soluzioni nuove e più proficue, si possono affrontare le responsabilità dei propri errori, si possono superare le difficoltà delle incomprensioni.

“Bisogna conoscere bene i nostri servizi, ovvero entrare nel servizio in modo molto concreto…”; giusto. Un referente vive in modo concreto nel servizio; un referente porta cose a doppio senso dentro e fuori dal servizio, dall’equipe alla direzione e viceversa; un referente può avere questo ruolo cruciale se spesso non gli viene garantita fiducia? un referente può avere questo ruolo cruciale se non ha fiducia nella propria equipe?

Il tema della fiducia credo sia il presupposto al tema della corresponsabilità.

Fiducia significa anche eliminare i pregiudizi, i toni accusatori, il controllo, l’aspettarmi che gli altri facciano quello che io farei e come io lo farei.

Fiducia significa anche contemplare fatiche, deleghe, tentativi ed errori, delusioni, incognite, incertezze, compromessi, scontri.

Fiducia significa anche lasciare la libertà di agire accettando di non imporre, anche se il risultato può farmi apparire meno bravo.

Fiducia può portare responsabilità, nuove strade, dialoghi, successi, crescite, intraprendenza, sorprese, crescita.

Fiducia potrebbe portare a gestire i servizi in condivisione, potrebbe rendere corresponsabili, potrebbe spingere qualcuno ad assumersi responsabilità e divenire propositivo.

Fiducia potrebbe permettere di far notare le mancanze e costruire le risposte.

Fidarsi significa anche umilmente pensare che, forse, le cose andranno bene anche se non intervengo io; significa credere che se porterò un problema verrà trovata una soluzione.

Fidarsi comprende anche rispettare i ruoli, gli spazi, i limiti ed i confini, credere che si abbia tutti un obiettivo comune.

Fidarsi è anche essere consapevoli che le nostre parole hanno un peso, che i nostri giudizi possono ferire, che devo trovare un modo rispettoso di fare e dire le cose.

Fidarsi significa anche dire “”mi fido di te”.

Tema su cui varrebbe forse la pena spendere due parole se vogliamo confrontarci sulla corresponsabilità.

Queste sono riflessioni buttate su carta e volevo condividerle con voi che, con me, cercate un modo di migliorare sempre questo luogo un pò di lavoro e un pò di vita.

Questo era settembre 2015. To be continued…

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3 risposte a "Settembre 2015"

  1. Ho letto con interesse il tuo lungo articolo e mi sono fatta un’ idea del contesto lavorativo al quale ti riferisci. Ho trascorso 15 anni in Comunità, molte dinamiche di cui parli hanno ferito la mia professionalità, a volte umiliandola. Sono felice che qualcun altro ne parli…

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    1. Ciao Marinella, grazie per avermi letto. Ne parlo perché non ho ancora smesso di credere alla scelta lavorativa che ho fatto 20 anni fa. Ne scrivo perché chi umilia non continui a farlo nel silenzio di un sistema omertoso. Ne scrivo perché alcuni sono indegni di occuparsi di educazione.

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