O/L/I/V/E/R

Il titolo fa tremare.

Tremo io.

Tremano loro.

Tremeresti tu.

Temo io.

Temono loro.

Temeresti tu.

Remo io.

Remano loro.

Remeresti tu.

Dai, prima di scriverti fammi giocare un po’ con le parole. Sono talmente tante le parole del mondo che è un grosso lavoro scegliere quelle giuste, quelle da mettere una vicina all’altra, qui, per te. In queste righe una vicina all’altra. Di te. Quali potrei prendere per avvicinarmi il più possibile a quello che vorrei disegnare qui? Disegnare di te? Disegnare per te? Disegnare con te?

Cuore. Questa si la prendo.

Abbraccio. Questa la metto.

Sorrisi. Va bene.

Lacrime. Si.

Rabbia. Ci sta.

Sogni. Pure.

Cura. Si.

Lontananza. Già.

Mani. Si.

Sguardi. Anche.

Fiducia. Si.

Passi. Bella.

Attaccamento. Direi di sì.

Speranza. Sempre.

Segreti. Si.

Bugie. Anche.

Amore. Ovvio.

Attesa. Si.

Abbandono. Già.

Paura. Si.

Papà. Mettiamola.

Errori. Ovvio.

Giustizia. Si.

Mancanza. Tanta.

Regalo. Si.

Angelo. Si.

Mio. Si.

Tu. Si.

Io. Si.

Tuo. Si.

Nostro. Messa.

Loro. Messa.

Mare. Si.

Muri. Già.

Scrivo perché manchi.

Mancano ancora delle risposte. Manca ancora di capire. Manca ancora che la dica io la verità.

Manca per te.

Manca perché non ti avrei protetto narrando subito la verità . Manca perché prima di tutto sei venuto tu. Prima vieni tu. Prima anche della verità. Manca perché ho preferito proteggerti.

Non avrai sempre bisogno di essere protetto. Non sarai per sempre in pericolo.

Sarai forte un giorno.

Sarai in salvo.

Sarai capace di stare in piedi da solo.

Arriverà quel giorno.

Arriverà quel momento.

Con lui arriverà la verità.

Arriverà quando il crollo di chi sostiene ora, non determinerà il tuo crollo.

Arriverà quando le parole faranno cadere loro e non te.

Arriverà perché la verità deve sempre arrivare.

Mentre aspetto ti scrivo. Ogni tanto mando dei messaggi per te lo sai?

Mentre aspetto ti penso. Ogni tanto chiedo di te sai?

Mentre aspetto mi manchi. Ogni tanto ti incontro lo sai?

Mentre aspetto ti abbraccio. Ogni tanto vorrei fare di più sai?

Mancavi al matrimonio. Però ti ho invitato.

Mancavi molte volte. Però non per mio volere.

Scrivo perché non sei una proprietà privata. Scrivo perché i miei pensieri non lo sono. Scrivo perché è giusto così.

Scrivo e aspetto. Te. La verità. La giustizia. Il tuo sorriso.

Scrivo e immagino la loro faccia e i loro commenti. Scrivo e ne rido. Scrivo e mi godo una lunga serie di verità che ho da dire e che non ho fretta di fare.

Ho tutto il tempo per la verità.

Purtroppo tutto questo tempo che perdo di te non tornerà. E lo pagheranno. Prometto cucciolo. Ce lo pagheranno. Buona attesa piccolo mio.

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La favola della nonna di Rocco (parte sesta)

Tanti sono i modi per sopravvivere. Neppure per sopravvivere, direi modi per non morire di più. Modi per rimanere vivi per semplici meccanismi biologici. Modi per rimanere vivi solamente perché non si ha abbastanza coraggio per accettare di essere morti. Si adottano strategie, si assumono soluzioni, si ostenta vita.

Dopo la morte di Rocco, credo di avere staccato dal mondo reale per qualche giorno. Al mio rientro sul pianeta terra, ho agito. Ho costruito un mondo in cui sopravvivere, un mondo in cui arrabbiarmi, un mondo in cui piangere, un mondo in cui disperarsi, un mondo in cui farmi del male, un mondo in cui nascondere a tutti la verità, un mondo in cui mostrarmi felice, un mondo in cui sperare di morire, un mondo in cui parlargli, un mondo in cui essere papà, un mondo in cui immaginarti. Tanti mondi diversi. Tanti altri che non scrivo. Tanti e tutti separati tra loro. Tanti e tutti con me al loro centro. Tanti mondi da vivere, gestire, difendere, amare e odiare. Tanti mondi e tutti veri ma allo stesso tempo falsi. Tanti e tutti basati su un concetto inavvicinabile, impronunciabile, inaccettabile, inaccarezzabile. La tua morte. Ha cambiato tutto. Ha creato un vuoto su cui camminare per sempre con l’unico obiettivo di non caderci dentro. Tanti mondi, intimi e pubblici. Mondi chiusi ed altri aperti. Mondi in cui chi è stato accolto è stato anche fagocitato. Mondi veri, ma basati su di te, che non ci sei più. Mondi bianchi e neri, guelfi e ghibellini, Montecchi e Capuleti, diavoli ed acqua Santa, giorno e notte, virtù e peccato, tu e la tua morte.

Uno ed uno solo di tutti quei mondi era quello in cui credevo. Quello in cui ero felice. Quello in cui ero davvero vivo. Quello basato su una storia, una storia d’amore, un storia romantica. Una storia sentita da una voce che mi ha sempre amato, coccolato, salvato. Quella storia che diceva che non eri morto, quella storia che diceva di prestare attenzione perché saresti tornato. Quella storia della mia nonna. Quello era il mondo in cui ero vivo, in cui vivevo speranze, sogni, attese, felicità. Un mondo che vivevo da solo, consapevole che solo io l’avrei potuto capire, amare, curare. In quel mondo stavo bene. Staccato da tutti e da tutto e cullato il pensiero di quando ti saresti presentato. Lì, in quel mondo, ti immaginavo, ti pensavo crescere, cercavo di intuire il colore degli occhi, dei capelli, i tratti del viso, il colore preferito, i sogni, i graffi, i pianti e i sorrisi. In quel mondo stavo bene: prolungavo l’attenderti, aspettavo il nostro abbraccio. Pensandoci adesso sembra folle. Pensandoci adesso sembra disperato. Pensandoci adesso è privo di logica. Pensandoci adesso è l’unica cosa che mi ha tenuto in vita.

In quel mondo avevo coltivato la certezza che ti avrei rivisto. Avevo visualizzato esattamente tutto di te, sapevo persino quanto eri alto. In quel mondo guardavo fiducioso e felice la gente, certo che, tra di loro, un giorno, avrei riconosciuto te. Ci credevo in quel mondo. Ci credevo davvero. Con il passare degli anni era divenuto il mio primo mondo. Quello in cui vivevo espletate tutte le formalità del vivere in un mondo reale e in altri svariati mondi. Staccavo dal lavoro e andavo lì. Rientravo dagli amici e andavo lì. Cenavo con la mia famiglia e andavo lì. Dopo tutto andavo lì. Perché lì era il posto in cui non eri morto. Lì era il posto dove ti avrei visto. Lì era il posto dove ci saremmo abbracciati. Lì era il posto dove niente mi faceva male.

Anno dopo anno era divenuto un mondo più reale della realtà. Anno dopo anno tu cresceva, in quel mondo. Anno dopo anno eri ancora il mio bambino, in giro per il mondo a rendere felici le altre persone in attesa di tornare. Anno dopo anno.

Poi, un giorno, un mattino, un secondo e tu eri lì. Ci siamo guardati e, nel silenzio che solo gli occhi sanno avere, ci siamo detti tutto. Ci siamo detti sono io. Ci siamo detti ciao. Ci siamo detti finalmente. Ci siamo detti ti voglio bene. Ci siamo detti. Tutto. Con gli occhi. Con il silenzio. Poi mi hai preso per mano. Era il 5 giugno. Eri esattamente come ti avevo vissuto per quasi sette anni. Eri. Tu. Io. Un invasione di mondi che sapevo già avrebbe portato all’irreparabile esplosione cosmica, obbligandomi ad azzerare per ricostruire. Però eri lì, eri tu. Io lo sapevo e lo sapevi anche tu e quel 5 giugno ho capito che niente sarebbe stato mai più uguale. Ne ero consapevole e felice. Finalmente eri venuto a sorridermi, a lasciarti amare. Finalmente la favola della nonna di Rocco era compiuta. Finalmente tu eri lì e tutto il resto non contava più. Quanto ti ho amato in quegli occhi in quei secondi. Finalmente eri nato.

Le persone cattive

Vivendo in un mondo a tratti surreale, ho sempre pensato di poter dividere le persone in due categorie: persone buone e persone cattive. Non mi sono mai posto molti filtri sull’ingresso delle persone nella mia vita; tutti sono sempre stati i benvenuti con l’automatico inserimento nella categoria persone buone. Ho sempre ritenuto la cattiveria una caratteristica alquanto rara ma altrettanto evidente: ho sempre ritenuto si vedesse da subito e pure da lontano una persona cattiva. Brutti modi, brutte intenzioni, brutte parole, brutte azioni, brutte vibrazioni. Mi reputavo piuttosto certo di poter capire subito se una persona fosse cattiva: ritenevo talmente rara la cattiveria da crederla anche evidente, lampante, chiaramente riconoscibile. Ho vissuto, quindi, piuttosto tranquillo e sereno nella certezza che nessuna persona cattiva avrebbe potuto essermi vicina senza l’evidenza di tale fatto. In base a questo, ho sempre cercato di giustificare alcuni comportamenti, comprendere alcuni atteggiamenti, interpretare gesti e frasi alla luce di comprensione, tolleranza ed anche autocritica. Spesso non ho capito le motivazioni che portavano alcuni soggetti a dire o fare cose apparentemente poco spiegabili ma ho sempre cercato un motivo, un’origine, una spiegazione, una comprensione, una scusante, una giustificazione. Mi sono dato le spiegazioni più varie. L’uomo sul divano, povero insoddisfatto del proprio lavoro e della considerazione scarsa delle sue qualità; la velina bionda, frustrata da un mondo lontano da ciò che aveva sognato e dalla scarsa autostima; la velina quasi mora, ingabbiata in un sistema troppo stretto per le proprie capacità ed ambizioni; la bionda portatrice della pace nel mondo, schiacciata da paletti e limiti istituzionali che non riesce a portare la poesia dove vorrebbe e sarebbe lecito ci fosse; la donna con il velo, che deve fare i conti con un mondo dove non basta un velo per avere rispetto ma nel quale bisogna guadagnarselo con ciò che sta sotto il velo; l’omino di Dio, che affronta il mondo reale e scopre che è troppo faticoso mettere in pratica il Vangelo in modo coerente e pulito perché significa rinunciare alla gloria personale; la donna che crede che basti non portare il velo per essere guida di pecorelle, che non riesce a tollerare che qualche pecorella non si lasci affascinare dalla finta rivoluzione dell’assenza di un velo; l’uomo piccolo, che cerca di diventare grande esercitando il potere nei termini più grotteschi e spregievoli che diventa rosso in viso dalla rabbia quando capisce che con il suo potere rimane pur sempre un’uomo piccolo; la signora tentenna, il cui unico scopo è farsi accettare da tutti dando ragione a tutti i pareri che incontra seppur contrari tra loro; l’arrogante luminare dei rapimenti travestiti, che è talmente imbarazzante nei propri errori da camuffarli in buone idee e giudizi verso chi dissente; la salvatrice del mondo, talmente impaurita di fallire in tale obiettivo da temere di non farsi volere bene da un bambino perché minacciata da un bene più forte con cui teme di perdere la competizione. Ho trovato giustificazioni un pó a tutti, ho cercato di capire, comprendere e giustificare. Addirittura di recuperare, prostrandomi e implorando con imbarazzanti scivolate della mia personale dignità umana. Ho atteso un pó in questo non capire. Ho coltivato speranze riparatorie, riconciliatorie. Ho sempre avuto il desiderio di chiarire e seppellire tutto davanti ad un caffè. Ho pensato che il sistema lo impedisse. Non erano le persone, ma il sistema a tenerle lontane da me. Ho trovato le motivazioni più varie. Credo fosse per non dirmi la verità, per non dovermi arrendere a quel sottile pensiero che si era fatto strada piano piano. Quel sottile pensiero che mi sussurrava una cosa che non volevo sentire. Poi il tempo è passato. La distanza si è fatta più grande. La lontananza corposa. Non sono smesse, però, le azioni strane nei miei confronti, le illazioni, i racconti distorti, i giudizi pesanti, gli attacchi, le parole che fanno male. In mia assenza, pur essendo distanti, pur avendo loro scelto di rendere le loro strade parallele alla mia affinché non si incrocino più. Così, d’improvviso, quel sottile pensiero è divenuto concreta realtà. Ho capito che non le giustificazioni, non le frustrazioni, non i miei errori, non i valori, non il sistema erano stati la causa di tutto. La vera causa era stata la cattiveria. La cattiveria umana, quella del cuore, quella che entra dentro e controlla le persone. Quella cattiveria che ti impedisce di confrontarti con l’altro, che te lo pone addirittura come nemico da combattere. Quella che ti porta ad escluderlo l’altro, a non rispondere a messaggi, lettere, richieste di perdono, di confronto, di spiegazioni, di comprensione. Quella che ti porta a cancellare l’altro con cui hai condiviso gioie e dolori di sette anni di vita. Quella che tu spinge a bloccarlo sui social network, a farlo bloccare pure dai tuoi parenti, ad evitarlo per strada e togliere il saluto. Quella che spinge a fare tutto ciò anche con chi ti sta accanto e ti ama. Quella che impedisce di chiedere come stai. Quella che è più grande anche del senso di umana pietà e non fa preoccupare di sostenere l’altro in un momento tragico della vita. Quella che ti spinge a mostrare una coscienza pulita a costo di sporcare e distruggere l’altro. Quella che ti porta a dare il colpo di grazia a chi è in alto mare con la barca che sta affondando. Quella che ti porta a sporcare con insinuazioni i sentimenti puri dell’altro. Quella che ti fa distruggere il tuo nemico. Quella che più temi il nemico e più e più ti spinge a inasprire i toni per difenderti. Quella che passa dal ti voglio bene al non esisti più nell’arco di un pomeriggio. Quella che gli errori degli altri li fa sembrare delitti contro l’umanità. Quella che gode della tua caduta. Quella che inebria chi si sente vincitore. Quella che fa alleati i peggiori nemici. Ecco, la cattiveria è stata l’origine. Ho imparato che non è poi così evidente la persona cattiva. Non si presenta come essere così riconoscibile e facilmente leggibile. No, non è per nulla facile dividere le persone buone da quelle cattive. Mi ci sono voluti quasi quarant’anni per capirlo. Ora mi è più chiaro. Mi sento anche più leggero. Tante domande e tante paranoie per capire che, in fondo, sono solo capitato in un circolo di persone cattive. E non sono stato abbastanza sveglio da capirlo, leggerne i segni, i sintomi, le gesta. Rimangono tanta amarezza, dolore e rabbia. Almeno sono consapevole, ora. Le persone cattive, una categoria nella quale, spero, nessuna delle persone che ho incontrato ed incontrerò nella vita, nessuno mi abbia inserito o mi inserirà mai. Le persone cattive esistono, si travestono e si fanno pure volere bene finché rimangono mascherate. Le persone cattive esistono e, adesso, ho messo dei nomi nella colonna dedicata. Le persone cattive hanno nomi e cognomi e, purtroppo, ad alcune non si smette di volere bene. Già perché anche alle persone cattive si può volere bene e perdonare. In fin dei conti, come dicevano, nessuno è perfetto.